Spifferi di primavera respinti dall’accademia

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UN DIBATTITO SULLA DROGA ALL’UNIVERSITA’ DI CHIETI

5 MARZO 2017 – Quando uno spiffero di vita entra in un dibattito stantìo, occorrerebbe lasciarlo fare, se suscita riflessioni profonde e può generare speranze.

Tutto intorno al convegno su “Informazione, dipendenze patologiche e integrazione sociale”, nel rettorato abbellito dall’immagine scultorea di D’Annunzio e di un’ala del suo volo temerario, ci sono prati costellati di giovani alle prese con i temi ricorrenti degli esami e della primavera che, come cantava Faber, non bussa, lei entra sicura.

E’ una giornata come tante altre e, quindi, non sembrerebbe neppure meritare una citazione. Ma nelle statistiche che vengono sciorinate dentro il rettorato non si avverte un’emozione, neanche se rappresentano un quadro allarmante: all’abisso imminente non credono forse neppure gli analisti, se è vero che qualcosa o qualcuno salverà una società malata o forse la stessa società, rivoltando miti e ambizioni, si rovescerà e darà più valore allo spirito che alla materia. E poi, le statistiche riguardano solo la provincia di Chieti, come se fosse l’ombelico del mondo. L’unica novità viene dal nome nuovo che ha assunto il SERT: ora si chiama SERD, perché l’ultima parola non riguarda solo le tossicodipendenze, quanto anche le dipendenze da ogni altra causa, quindi comprende anche la ludopatia che, come dice il ritornello “è incentivata dallo Stato che ci guadagna”, quindi è ancora più criminale.

Lo spiffero, che dovrebbe trovare accoglienza e sviluppo, è portato dall’intervento di una studentessa che racconta di avere una amica drogata (non avrà detto così, ma insomma è quello che ci ha trasmesso); si vede che pone il problema in termini aperti, sembra che vorrebbe un consiglio, perché quell’amica è sola, e l’ambiente intorno a sé quasi non vuole farlo sapere. Nelle sue parole accorate, ma piene di quella fermezza che viene solo dal coraggio, si avverte la sensazione che i tempi siano brevi: che se non si fa qualcosa il dramma diventa irreversibile.

Lo spiffero ha gelato l’uditorio: è ancora troppo presto per farlo entrare senza ripararsi, in questa primavera che non bussa ed entra sicura. Le statistiche si spengono, valgono meno di prima, cioè niente. Ora è il caso singolo ad apparire; e un caso, per antonomasia, non fa statistica. Dunque al convegno mancano gli strumenti adatti a recepire, tanto meno a metabolizzare e a teorizzare. L’impostazione accademica talvolta non aiuta, anzi distrae.

Saggia decisione quella di una relatrice di rinunciare al suo intervento per lasciare spazio alle domande. Basta poco, infatti, che il seme viene raccolto ed un’altra ragazza di buona volontà riprende il tema e dà atto, a chi aveva aperto allo spiffero, di avere una sensibilità, dopo aver rimproverato alle istituzioni di usare troppo poco la psicoanalisi nella cura delle dipendenze. Ma invita l’interlocutrice a non caricare su di sé tutto il peso, a non credere che tutto dipende da sé. “E che cosa altro posso fare, se non sentirmi coinvolta in prima persona?”. Lo spiffero ormai non è più un alito freddo; è un gelido rimorso, che nessuno riscalda perché è troppo improvviso e perché il dramma di quella ragazza è forse maggiore di quello della sua amica drogata, se non altro per la lucidità del pensiero che la anima. “Non facciamo il dibattito tra il pubblico, non adesso” taglia corto il moderatore e del tema centrale non si parlerà più. L’ala d’aereo che si abbina al busto di Gabriele d’Annunzio viene quasi a suggerire che le imprese impossibili, l’immaginifico, teneva lontani i giovani dalla droga; che il primo Sessantotto, come scrive Marcello Veneziani, è stato quello di Fiume. Sarà stato esaltante all’inizio, ma forse i voli più spericolati furono, dopo quello su Vienna, le astrazioni suggerite dalla cocaina, quindi materiale che non serve alla causa dei giovani che vivono la maggiore angoscia nell’essere proiettati in una società che li tiene disoccupati almeno per il 40%.

E questa è la statistica che vale più di tutte.

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