SPOON RIVER DEGLI EMIGRATI NELL’INCALZANTE NORTH END

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11 MARZO 2013 – Traspare una specie di antologia di Spoon River tra coloro che a North End, nella punta di Boston prima occupata dagli irlandesi ed ora dagli italiani, non sono riusciti a sfondare e non si sono conquistati i gradi sul campo nella terza battaglia degli emigrati dopo quella di fine Ottocento e quella degli anni Cinquanta.

“All’America” non sono rimasti soltanto quanti hanno “fatto soldi”. Sebbene restino confusi tra americani e italiani, in una zona grigia che talvolta non fa neppure uso della lingua d’origine per colloquiare con gli stessi “paesani”, uomini e donne che lavorano quelle otto ore al giorno come avrebbero fatto se fossero rimasti in Italia, o che pagano un po’ alla volta il mutuo in banca, come avrebbero seguitato a pagare in Italia, costituiscono un repertorio che sotto il profilo sociologico e’ ancora piu’ interessante del celebrato mondo del self made man.

Una donna lavora con serena ripetizione degli stessi gesti ogni giorno, piu’ o meno alla stessa ora, per rifare le stanze di un albergo ed è contenta di ricordare le sue origini delle “Cavate”, sebbene ai suoi anni non ambisca a diventare padrona dell’albergo. Si trova qui non per tentare la fortuna, ma solo per guadagnare la pensione americana, visto che in Italia le hanno “scassato I contributi”, conseguenza di una segnalazione anonima, lei sospetta. “Ventisette anni di versamenti che nessuno mi riconosce” e, quindi, deve tirare ancora la carretta.

Non appaiono risentiti questi personaggi, del resto come quelli di Lee, che raccontano il punto fragile della loro esistenza. Qui, poi, non si tratta di stare in una collina costellata di croci, ma in un ambiente di vita incessante, dove anche i figli “lavorano senza disperarsi”, cioe’ senza partecipare all’oscuro girone dantesco che a Sulmona vuol dire stare sempre in bilico tra il 65% di stabili o precari e il 35% di disoccupati e, per rimanere tra i primi, mettersi in fila per cinquecento euro al mese nei migliori anni della loro vita.

Questi personaggi raccontano la loro piccola storia senza consolarsi pensando a chi sta peggio nella terra d’origine. Hanno un linguaggio meno severo di quelli che hanno “fatto i soldi” e forse si sono portati dalle Cavate o da Vallelarga, dalle Marane o da Torre de’ Nolfi uno sguardo piu’ empatico e conciliante per il destino di chi, come loro, tutto sommato, poteva restare lì a fare quanto fa in una terra accogliente, ma pur sempre straniera .

C’e’ una forte solidarietà dal basso nei sulmonesi di North End; sembra quasi la conferma che a guastare i rapporti sociali, a far emergere invidia, gelosia, malanimo, sia proprio l’ambiente, quello corrosivo delle troppe parentele o amicizie che guardano e giudicano e lottano ancora per un pezzo di terra in eredità oppure per conquistare la benevolenza dei politici per un posto fisso. Cosi’ è stato per tanti decenni che, anche nei ceti bassi, hanno avvelenato le relazioni di una terra felice, che in questa sua umanita’ avrebbe potuto trovare il “prodotto interno” piu’ dinamico.

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