UN BIMILLENARIO CHE SI CHIUDE PER RIDARE IL VERO SENSO DELLA POESIA DI OVIDIO

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RIFERIMENTI BIOGRAFICI ALLA DATA FATALE DEL 20 MARZO E APPRODO ALLA FILOSOFIA DEL DIVENIRE

Pitagora

18 MARZO 2018 – Liberi dalla impellenza di legare ogni aspetto dell’opera e della vita di Ovidio alle celebrazioni dei due bimillenari ravvicinati, quello della nascita e quello della morte, si tornerà forse ad apprezzare il 20 del marzo 43 a.C. per quello che Ovidio stesso l’ha definito: il giorno nel quale due consoli romani, Irzio e Pansa, morirono legati dallo stesso destino, forse voluto da Augusto quando era ancora solo Ottaviano (come interpreta Luciano Canfora; v. “Quell’error che condannò Ovidio alla relegazione” nella sezione OVIDIO di questo sito) per raggiungere il vertice del potere ove rimarrà imbattuto protagonista fino alla sua morte nel 14 d.C.

Già da questa annotazione, contenuta nei “Tristia”, da questo cogliere un presagio per quella data così caratterizzata, Ovidio vuole farsi riconoscere per il cantore dei giorni importanti della Romanità e vuole partecipare della fama che il 20 marzo conquista nella storia dell’impero. Forse il poeta raccoglie un dettaglio della cronaca, quindi si fa narratore e storico delle vicende dell’impero (anche di quelle che avrebbero portato alla prima “Marcia su Roma” (come annota ancora Canfora laddove sottolinea che quel “pari fato” aveva spianato la strada ad Augusto nell’ascesa al potere) come era nel suo progetto di letterato imperiale raccontare le origini di Roma e la sua evoluzione, in un compito che non era riuscito neppure a Virgilio, pur intellettuale organico ad Augusto. Dei “Fasti”, cioè della narrazione dei giorni fortunati per la civiltà romana, sono rimasti i non molti versi che si interruppero nella notte della relegazione a Tomi; ma nell’8 d.C. ,quando l’editto dell’Imperatore fulmina il poeta, già le cronache ovidiane dell’impero avevano descritto l’apoteosi di Giulio Cesare nell’ultimo libro delle Metamorfosi.

Dunque, alleggerito dei tanti spunti che lo legano alla vicenda umana di Ovidio, il 20 marzo rimane per quello che il Sulmonese ha voluto scrivere vestendo gli abiti dello storico. E di un narratore non necessariamente allineato al potere, se ricorda cose sgradevoli o quanto meno ambigue dell’ascesa del Principe, come addirittura l’omicidio simultaneo di due consoli. E quanto l’Ovidio, che tutto il mondo oggi conosce, tornerà a non avere una collocazione precisa e pignola nel tempo con la scansione dei bimillenari, sarà anche il poeta che racconterà al mondo le perenni trasformazioni e le ragioni del bene e del male che non conoscono celebrazioni nel tempo e vivono sempre nel corpo degli uomini sebbene il corpo degli uomini segua il suo continuo divenire per vivere insieme alle metamorfosi che lo circondano. Questo era l’ultimo approdo della sua grande opera e il suo ricomporsi nel messaggio di Pitagora.

Nella foto del titolo: “Il ratto di Europa”, di Tiziano Vecellio

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