“DISCENDI DA CARLO MAGNO COME IL CUCULO PUO’ DISCENDERE DA UN’AQUILA”

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L’INVETTIVA DI PIETRO DA PREZZA CONTRO CARLO D’ANGIO’ PER LA DECAPITAZIONE DI CORRADINO DI SVEVIA

26 NOVEMBRE 2022 – E’ una profonda fede nella importanza della Storia quella che anima Pietro da Prezza quando lancia la sua invettiva contro Carlo d’Angiò per la uccisione di Corradino di Svevia (nella foto del titolo). Si chiama proprio “Invettiva” lo scritto che il cancelliere di Federico II, dopo la battaglia di Tagliacozzo, compone perché l’Uomo del futuro sappia quali nefandezze la corona francese ha compiuto pur senza necessità politica o militare. Ormai, quando sono passati diversi mesi dalla decapitazione del sedicenne ultimo sovrano svevo e nessuna speranza può essere alimentata su un ritorno al trono dei discendenti di Federico II, Pietro da Prezza intende collegarsi al “nobile ingegno degli uomini” che hanno “affidato alla memoria dei posteri quelle cose che avevano nei loro animi per mezzo di studi liberali” affinchè si perpetuino “nella mente degli uomini le gesta memorabili”.

Il cancelliere imperiale usa in molti passi immagini auliche: cerca di elevare il tono di uno scritto che è comunque pieno di risentimento nei confronti del sovrano francese per il misfatto di Piazza del Mercato a Napoli nell’ottobre del 1268, due mesi dopo la battaglia di Tagliacozzo. Vuole “trasmettere ai posteri la nuda verità”, come Manfredi, figlio di Federico II e zio di Corradino, affida a Dante Alighieri, nel XIII canto del Purgatorio, il compito di riferire a sua figlia, al rientro tra i mortali, il “ver” se le calunnie prendono il sopravvento dopo la sua morte nella battaglia di Benevento. Carlo d’Angiò è definito il “secondo Nerone”, il “carnefice degli uomini” che con “spietata tirannide”, “crudeltà inumana” e “audacia disperata” ha progettato la sua discesa in Italia per spodestare gli Svevi su ordine del papato.

L’invettiva sta proprio  nella provocazione che Pietro da Prezza rivolge a Carlo d’Angiò: “senza dubbio questo nostro Carlo non discende dall’antico Carlo Magno più di quanto il cuculo discenda dall’aquila, o il topo dal leone”. Parla della “mano grondante di sangue” con la quale Carlo d’Angiò ascese al trono per un tradimento che il cancelliere imperiale gli addebita.

Per la “esecuzione” di Corradino dopo la battaglia di Tagliacozzo, Pietro da Prezza usa parole di fuoco: “lo uccise contro giustizia, anzi, cosa ancora più grave, contro Dio, contro la parola datagli più volte relativa alla sua salvezza, contro la consuetudine, sancita da antiche usanze, le quali stabilivano saggiamente che nessun re qualora fosse stato fatto prigioniero dovesse essere privato della vita”.

Pietro, cancelliere di Federico, preconizza quella che sarà la fine della dominazione angioina sulla Sicilia, rivolgendosi ancora a Carlo I: ”Speravi per questo di possedere più liberamente il regno, ma nondimeno in seguito hai trovato molti ribelli e molti ostacoli e ancora non lo possiedi interamente. Hai pensato che ti sei liberato di un avversario, tuttavia ancora non ti mancano i nemici”. Egli scrive nel 1269; dovranno passare diversi anni, ma la cieca sete di potenza e la sistematica sopraffazione dei governati porterà gli angioini (tanto Carlo I che il figlio Carlo II) a subire l’onta dei Vespri siciliani, che da Palermo il 31 marzo 1282 infiammarono tutta la Sicilia e portarono sul trono Pietro d’Aragona, genero di quel Manfredi, zio di Corradino, che Carlo d’Angiò aveva sconfitto a Benevento con lo straripante contributo finanziario dei senesi agli ordini del Papa. Magra consolazione sarebbe stata per Pietro da Prezza sapere che l’artefice di un tale delitto avrebbe chiuso i suoi giorni a Foggia, ancora alla ricerca di uomini e denaro per investirli in un’altra guerra, condannato a combattere senza mai poter davvero dominare.

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