STORIE DI DONNE, DI SACRIFICI, DI PROVVIDENZA

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CHIUDE LA MOSTRA SUI SECOLI DI ATTIVITA’ DEL CONSERVATORIO DI SAN COSIMO

25 NOVEMBRE 2022 – Da oggi torneranno nel buio e nel silenzio di archivi  secolari. Hanno raccontato per due settimane gli appunti di vicende cariche di dolore, eppure salvifiche per le protagoniste, che una visione solidaristica desueta tentava di recuperare e talvolta riusciva a recuperare.

Sono i volumi poderosi, più grandi della più grande enciclopedia dei giorni nostri, scritti con il nero di china che rende netti e facilmente leggibili i loro nomi: quelli delle “proiette” del Conservatorio di San Cosimo che sono identificate alla meglio e per convenzione, pagina per pagina.

L’ATTO COSTITUTIVO DELLA CASA SANTA DELL’ANNUNZIATA

Forse, le diseredate lasciate nella ruota avrebbero preferito che l’inchiostro non fosse così scuro; forse avrebbero voluto che dopo qualche decennio si cancellasse insieme a loro, alle loro date di nascita, alla dote che regalava loro la Casa Santa dell’Annunziata. Rivelare così il nome di battesimo (altra espressione che ora non si usa più) e della loro famiglia, nel giorno del contrasto internazionale alla violenza sulle donne, sembra un controsenso. Lo è. E ci sta tutto nella definizione di violenza di genere, perché nelle silenziose stanze di San Cosimo c’erano solo donne; e ci finivano perché non erano adatte ad altro ruolo sociale che quello di diventare sarte, donne di servizio, eterne accudienti di parenti e padroni che facevano la storia della società civile di Sulmona. E della società ecclesiastica.

Era un universo femminile il monastero di San Cosimo, proprio dietro la chiesa dell’Annunziata. Ci entravano anche le sulmonesi che non erano suore. Venivano ricompensate per il latte che sgorgava dai loro seni generosi di nutrici, per i neonati lasciati nella “ruota” di Via del Conservatorio, portati dalla Provvidenza e deviati verso altre provvidenze per diventare operai o artigiani, con un mestiere che imparavano altrove, dopo aver ringraziato chi aveva loro salvato la vita. Certo era strano dover ringraziare anche soltanto per un ingresso in società; e neppure ringraziare chi aveva loro dato il latte al seno, perché nel frattempo balie e suore avevano seguito il loro destino, magari lontano dalla Sulmona della Casa Santa.

La violenza che si percepisce nel guardare la mostra oggi chiusa al Convento di San Nicola dove ha sede l’Archivio di Stato non è quella che porta al femminicidio. E’ solo più sottile, perché infrange un “diritto all’oblìo” del quale erano inconsapevoli, quando gli anni hanno definitivamente chiuso i loro occhi sul mondo, le “proiette”, cioè le abbandonate e proiettate nella ruota di Via del Conservatorio. Unica consolazione è che quei cognomi che nascondevano a mala pena la provenienza (qualche volta, però, talmente bene che non era possibile risalire a nessun genitore e nessun parente pur con tutto il disperato impegno di chi cerca le sue origini) sono ormai estinti da tempo: non si possono attribuire colpe a casati e piccole famiglie borghesi e contadine che non hanno accolto la Provvidenza.

Il tempo, uno dei pochi protagonisti maschili degli stanzoni di San Cosimo, è gran signore, almeno lui: ha cancellato ogni riferimento impietoso. E ha lasciato la testimonianza di un’impresa di grande valore sociale, come quella che ha animato le suore, le balie, le maestre di Via del Conservatorio per tanti secoli prima che il terremoto del 2009 chiudesse il sipario sul grande complesso, senza neppure la fortuna di tornare più ricco e splendente di prima perché quella è riservata solo ai conventi dell’Aquila.

La prurigine del secolo della informazione globale vorrebbe che si svelassero storie da monaca di Monza. I grandi libri, proprio quelli più voluminosi delle più voluminose enciclopedie dei giorni nostri, hanno il pregio di tramandare storie di grande valore morale, fatte di poco: una data di rinvenimento nella ruota, il peso alla bilancia, talvolta l’affidamento ad una suora per cure più intense, poi una data di uscita, raramente con il nome della famiglia di destinazione.

Storie di donne, di silenzio, di molta violenza per le scelte fatte da altri e perpetuate per tutta una vita, ma storie di accoglienza. Storie utili ad elevare, almeno, un pensiero riconoscente a chi ha lavorato nella convinzione di assecondare il disegno della Provvidenza.

La pietra, oggi murata, nella quale si lasciavano le “proiette”

Un registro per una bambina morta a tre anni

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