UNA DOPPIA PERDITA CON LA TRASFORMAZIONE AD USO COMMERCIALE

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TERRE MAL PAGATE ED ORA IMPRODUTTIVE

Dal nucleo scompaiono le fabbriche e dal Centro i negozi

Si è assistito, negli ultimi anni, alla sostanziale elusione di ogni scelta urbanistica a Sulmona,

soprattutto per quello che riguarda le aree di sviluppo commerciale. Alla fine di tante, opinabilissime, inversioni di rotta, si ha l’impressione che sia stata fondata un’altra città, nella quale i sulmonesi e i molti abitanti del circondario che considerano Sulmona un riferimento non solo burocratico o scolastico, andranno a svolgere i propri commerci. L’aspetto sconcertante è che il trasferimento dal centro storico non è stato orientato verso quella che negli anni sessanta sembrava dovesse costituire la “città nuova” (secondo un fenomeno comune a tanti altri centri medievali): le attività commerciali, pure quelle che nulla avevano a che fare con la grande distribuzione e i commerci all’ingrosso, sono tendenzialmente trasferite nell’area del nucleo industriale. Chi può, va a collocarsi accanto ai capannoni industriali, che siano o non funzionanti. Un primo, pessimo esempio venne dalla apertura di un centro commerciale a due passi dallo stabilimento Fiat nel 1986; ma in questo quarto di secolo è stata una corsa affannosa a conquistare un posto nell’area industriale. E in questa tendenza la pubblica amministrazione ha rincarato la dosa di distorsione urbanistica, a danno della reale funzionalità delle strutture e dei servizi. La programmazione, in urbanistica, non deve essere assillante, come avviene nei Paesi ad economia dirigistica; ma non deve essere neppure tanto elastica da consentire quello che a qualcun altro si vieta, oppure (il che è lo stesso) da consentire in un’epoca quello che nel periodo precedente si è vietato.

Occorre fare un discorso molto terra-terra: le aree del nucleo industriale (quello dal Bivio della Badia, per intenderci, fino all’innesto di Santa Brigida) sono state sottratte all’agricoltura, ma soprattutto agli agricoltori. Talvolta questo trasferimento forzoso è stato pagato somme irrisorie: ancora negli Anni Ottanta si parlava di 1.500-2.000 lire per ogni metro quadrato. Chi accettava quella somma senza impugnare la stima davanti al giudice si trovava anche la beffa di subire un accertamento dell’Ufficio del Registro, che riteneva non congruo tale prezzo e imponeva la sua valutazione, di modo che il corrispettivo dell’esproprio non bastava neanche a pagare le tasse dell’accertamento.

Ma anche nei casi nei quali non si è raggiunto questo paradosso, gli indennizzi sono stati davvero irrisorii, per la quasi totalità dei casi. Vinceva (non sappiamo con quanta giustizia) l’obiezione che non si poteva guardare troppo alle esigenze degli espropriati se lo scopo era quello di assicurare aree alle industrie che avrebbero dato lavoro ed avrebbero interrotto la emigrazione, ancora altissima negli Anni Settanta. E poi alle aree dove sarebbero sorti gli stabilimenti bisognava aggiungere quelle a servizio della industrializzazione (strade, parcheggi, servizi, finanche punti di vendita per le esigenze della cittadella industriale).

Orbene: tutti questi sacrifici avrebbero potuto avere una giustificazione se davvero la prospettiva fosse stata rigorosamente attuata e, per quello che riguarda i tempi attuali, rigorosamente conservata. Ma oggi sentiamo che non è uno scandalo che le attività commerciali si impiantino nell’area industriale, purchè si attirino, comunque, nuove risorse e investimenti.

Che c’entrano le attività commerciali ordinarie, anche quelle che si rivolgono ad un pubblico generalizzato di consumatori e non solo ai consumatori dell’area industriale, con un nucleo per lo sviluppo industriale ?

Si può negare che questo sia un modo per svuotare sostanzialmente il centro storico della sua funzione, per la quale, a dirla tutta, sono stati effettuati investimenti rilevanti da parte di chi non aveva sovvenzionamenti degli enti pubblici ? Si può negare che stesso discorso vale se si considera l’area ad est del centro storico, oltre il Ponte Capograssi, che di fatto non sembra mai poter decollare dal punto di vista commerciale, per la distorsione che inevitabilmente si determina con le attività accampate nell’area industriale ?

In nome di quale consenso e di quale programma politico viene realizzato lo svuotamento di una città a favore di aree non ancora urbanizzate, tra l’altro anche esteticamente molto inferiori all’impianto urbanistico del centro ?

Sono troppe le domande alle quali la nuova opzione, pare anche sostenuta da Palazzo San Francesco come possibile e giusta, non riesce a fornire una risposta.

Il centro storico, al di là delle ridicole provvidenze per la ricostruzione (o, meglio, la riparazione) degli edifici dopo il terremoto, ha bisogno di investimenti dei privati, che possono venire solo se le strade del centro possono ospitare gli esercizi commerciali, unica, vera linfa del sistema urbanistico. Se le destinazioni nell’area industriale sono più competitive perché le aree sono state pagate l’equivalente di una cicca (per il sistema che abbiamo prima descritto), c’è una distorsione non tollerabile; se la riconversione dei capannoni banalizza i costi dell’intrapresa di attività commerciali nell’area industriale, perché le provvidenze statali attraverso le quali quei capannoni sono stati costruiti non vengono neppure restituite dopo il mutamento di destinazione, si consuma una profonda ingiustizia e, soprattutto, si bruciano le risorse che il centro storico di per sé avrebbe per conservarsi nelle condizioni nelle quali si è sedimentato nei millenni ed è stato conservato fino ad oggi.