UNA ODISSEA PSICOLOGICA DAL 1941

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Orfano a due anni senza sapere perchè

Oggi in famiglia non si riesce ad immaginare cosa voglia dire perdere il padre in guerra.

Per fortuna: vuol dire che la guerra è molto lontana, si può parlare della mancanza di dialogo e della scuola che non prepara alla vita, e di altre cose consuete, come del tramonto delle ideologie. Nel 1941 non c’erano psicologi che aggiustavano il terreno per dare un brutto annuncio: sul fronte greco-albanese una granata si è abbattuta, non c’è stato scampo, un certificato servirà per la pensione.

In molti non hanno accettato questa nuova realtà e l’hanno metabolizzata male; in molti il padre non l’hanno rivisto, neanche nelle spoglie “avvolte nelle bandiere perché sembrassero intere”, come cantava de Andrè, e non sanno dove sta. Il rito di un fiore sulla tomba non allevia niente e sul “Corrierone” si diceva che Redipuglia è diventato un luogo scalcinato. E’ troppo difficile conservare per tutta la vita di un figlio una tomba del padre come si dovrebbe, come se fosse la casa dove tornare: perciò si finisce col non cercarla neppure, tale è il rifiuto di quella morte e così forte è stata la rimozione psicologica che l’annuncio tetro ha innescato.

Stiamo in conviviale a fianco di uno di questi figli che a due anni hanno perso il padre per una granata: Ennio Matticoli, che certo nella vita non si è lasciato andare e che, semmai, si è affidato al molto concreto “aiutati, chè Dio ti aiuta”, seguendo proprio una carriera militare, tra le meno semplici, nella Guardia di Finanza e poi lasciandola per fare il piccolo imprenditore. Il discorso spunta inatteso, alla festa del Corpo, quando in una sezione di finanzieri si finisce sempre per parlare di benefici pensionistici e per forza di cose chi ha indossato quella divisa solo per il servizio militare non segue queste ricostruzioni astruse. Lo spunto viene dai benefici per gli orfani di guerra. Ma come, così giovane, orfano di guerra ? “Sì, Matticoli è del ‘39” precisa un commilitone compunto. E’ vero che il primo colpo di fucile della prima guerra mondiale fu esploso da un finanziere, il 24 maggio, vicino a Caporetto, ma non potevamo sapere che il primo soldato morto della seconda guerra mondiale fosse sul fronte greco o albanese. “Infatti non fu lui: ce n’erano stati tanti, prima. Con questa idea di spezzare le reni alla Grecia, se non fosse stato per l’aiuto dei tedeschi, sarebbe andata peggio”.

Ma questa è la realtà e nell’aprile del 1941 Enio Matticoli diventa orfano; di certo senza sapere cosa avrebbe significato. Qualche venatura di quella atmosfera nera seguita all’annuncio deve essergli rimasta, se a parlare di quell’episodio si trova ancora a disagio: l’imposizione di tutti i giorni, per le madri coraggiose e per i figli che diventavano ometti, ha avuto il sopravvento sui sentimenti. E il primo imperativo è stato quello di dimenticare, perché, come si dice, il dolore troppo forte porta le malattie e ”poi papà non vorrebbe vederti soffrire per lui, devi guardare al futuro”.

“Ho anche sempre pensato, adesso che sto leggendo “Centomila gavette di ghiaccio”, che per papà è stato meglio morire in Albania, con un colpo, piuttosto che rimanere congelato su quel fronte o, una volta sfuggito, trasferito sul fronte russo, dove ne sono successe di tante che non posso raccontare perché stiamo a mangiare” dice con schiettezza il maresciallo Matticoli. La lettura di quel libro e quella ricerca della storia di tanti soldati morti nella steppa è un chiaro indice che, per quanto si voglia accantonare per un po’ il dialogo con il padre non conosciuto, alla fine quella figura viene inseguita nel volto e nell’esperienza tragica di tanti altri soldati italiani: una specie di storia di una famiglia allargata. Non era stato fatto invano il monumento al Milite ignoto. Non senza senso da tutta Italia vengono a Roccaraso ogni anno quelli che celebrano la Giornata dei Caduti senza croce alla fine di giugno. Non c’è un ritratto di soldato, non le spoglie che possano essere raccolte nelle bandiere.

Poi una tomba ci sarà da vedere, per chi è stato recuperato dal campo di battaglia, quella giusta, quella di un padre in particolare, quella di Giovanni Matticoli, classe 1915.

“Sì, tra Bari e Brindisi, al Sacrario dei Caduti d’Oltremare. Forse ci andrò”.

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