LA INUTILE STRAGE A POCHI GIORNI DALLA LIBERAZIONE
30 MAGGIO 2014 – Oggi la città ha ricordato il settantesimo anniversario della inutile strage che le fu inferta nel tentativo (storicamente non ancora assodato) di colpire il Comandante delle forze tedesche nel sud Europa, feldmaresciallo Kesselring di passaggio al centro (v. “Bombardamenti visti dal basso – La tana di Kesselring al Ristorante Italia” nella sezione STORIA di questo sito). Cinquantadue persone che si trovavano alle 12,10 del 30 maggio 1944 nella piazzetta dei Tre Archi, quindi vicino all’acquedotto medievale, dove a mezzogiorno di oggi è stata scoperta una lapide per ricordarli tutti (i nomi sono in “Oggi si ricorda l’inferno del 1944” nella sezione STORIA di questo sito): alcuni avevano 3 o 5 anni, altri non arrivavano ad averne trenta, pochi gli anziani.
Nell’aula consiliare a Palazzo San Francesco si è fatto avanti uno dei pochi testimoni oculari ancora vivi, Enrico La Civita, al quale è stata data la parola perchè raccontasse gli attimi successivi alle esplosioni nei pressi di Largo Minzoni. Una desolazione, nel suo racconto; una difficoltà, ancora, nel condividere con gli altri emozioni e angosce che la vita, per fortuna, non gli ha più replicato. Storie di sangue che si abbinano a quelle raccontate per il bombardamento alla stazione, con i carretti che lasciavano una scia di sangue lungo il viale tra lo scalo e l’ospedale che allora si trovava al centro della città, a Palazzo dell’Annunziata.
Al di là della aneddotica che alla fine colora tutti gli avvenimenti, Sulmona ha rimosso gran parte di quella giornata, perchè per vari decenni sarebbe stato troppo esasperante parlare di coloro che l’anagrafe avrebbe considerato vivi come i sopravvissuti: quelli che, per questo essere coetanei di molti altri Sulmonesi, sembrava potessero ancora chiedere “Perchè?”, come dopo un terremoto. Come un sisma, l’apparire degli aerei inglesi non ha dato il tempo: a qualcuno ne ha dato troppo perchè si è precipitato sulla strada ed ha incontrato i colpi delle mitragliatrici. Ma c’è una bella differenza dal terremoto, in fatto di responsabilità.
“Inutile e sanguinoso” episodio della guerra lo ha definito il sindaco Giuseppe Ranalli davanti alla lapide da scoprire; di “obiettivi non strategici”, quindi di persone che non serviva niente uccidere, ha parlato Concezio Barcone per l’Associazione delle Vittime civili di guerra. Dopo settanta anni, finalmente, non si regalano medaglie sul campo ad ogni azione dell’esercito vittorioso. Si vagliano e si esecrano anche quelle delle quali nessun guerriero oserebbe fregiarsi: quelle che fanno la contabilità degli stermini per atterrire altre popolazioni.
L’avv. Lando Sciuba, che ha scritto, tra l’altro, “La via dell’onore” con il resoconto completo delle azioni di guerra nel circondario sulmonese, ha tenuto il discorso al Comune. Lo ha arricchito della narrazione dei tanti sacrifici che sono rimasti sconosciuti a chi è nato molto tempo dopo, ma che non avevano contorni chiari neanche per i protagonisti di quel 30 maggio: vedere il corpo di un decapitato che corre ancora per cinque o sei metri prima di cadere fa parte degli effetti speciali della guerra portata dentro la città, cioè la guerra diversa dalla precedente di trincea; vedere il corpo di una donna spogliata dai vertiginosi spostamenti d’aria delle esplosioni, al Quadrivio, cioè dove i Sulmonesi si incontravano tutti i giorni, deve essere stato un effetto meno cruento, ma più devastante per la dignità di una popolazione.
Sciuba ha articolato anche una documentatissima ipotesi secondo la quale gli “Alleati” intendevano colpire Kesselring per spezzare la stessa organizzazione della ritirata tedesca e lasciare senza testa un esercito: Sulmona si sarebbe, quindi, trovata al centro di un quadrante molto al di sopra del ruolo di cittadina di provincia, ciooè nel contesto che segnava l’ultima scena della contrapposizione di cinque anni di conflitto, la resa dei conti. Una analisi, quella di Sciuba, messa direttamente in correlazione con gli avvenimenti di Cassino e delle estreme resistenze dei Tedeschi, che (anche con una insospettabile alleanza di condizioni meteorologiche come la nevicata del 1943) indussero gli Alleati a forzare per concludere in modo spettacolare e senza possibilità di appello la partita in Italia e, quindi, nel Mediterraneo.
Ricordare, comunque, gli episodi della guerra nuda e cruda, quella del 30 maggio 1944 significa sopperire alle lacune che la scuola, le istituzioni culturali, la stessa Deputazione di storia patria non ricordano a sufficienza: serve ad impedire che nuovi fascini per la guerra abbiano il loro richiamo. Come quello che, va aggiunto, hanno avuto, dopo il 1944, in Vietnam, in Afghanistan, in Iraq, nell’Africa: “Nulla salus bello”, non c’è salvezza nella guerra, è scolpito sulla lapide vicino all’acquedotto e vicino all’immagine dell’angelo caduto che si dispera per non essere riuscito ad evitare la strage (nella foto accanto al titolo).
Il fatto è che anche le lapidi si sbiadiscono e si cancellano, qualche anno dopo dello scomparire dei rombi dei bombardieri, il tempo di un respiro se rapportato alla storia dell’uomo.






