OVIDIO SI ALTERNA A OMERO NELLA NOTTE DEI MUSEI DI ROMA

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SABATO A VILLA BORGHESE LA TRAGEDIA DI LEUCOTEA E DEL PICCOLO LEARCO CHE SORRIDEVA AL PADRE OMICIDALA SCELTA DI “O THIASOS TEATRONATURA”

8 MAGGIO 2023 – Sabato prossimo, alle ore 21,30 e alle ore 23, per l’edizione 2023 della Notte dei Musei, O Thiasos TeatroNatura propone a Villa Borghese in Roma “Nelle onde del mito – miti marini da Omero a Ovidio”, una narrazione con musica di alcuni tra i più coinvolgenti miti antichi legati al mare: le sue insidie, i suoi drammi e i suoi prodigi. Sono miti che, emersi dall’universo greco, attraversano il mondo etrusco, quello romano e giungono fino a noi. Dioniso fanciullo che rapito da pirati abusatori e schiavisti si rivela d’improvviso in tutta la sua fulgida potenza, trasformando i suoi predatori in guizzanti delfini. La giovane baccante Ino che per fuggire la follia sanguinaria del marito si getta con il figlioletto tra le braccia da un dirupo nel mare. Lì Afrodite la trasforma in Leucotea, la bianca dea del soccorso marino; sarà lei che, emergendo come folaga alata dalle onde donerà a Ulisse, naufrago nella tempesta, il velo di schiuma che lo salverà.  
“Nella loro forza archetipica e universale – spiegano al TeatroNatura – questi racconti evocano tanto i nostri personali naufragi quanto le tragedie che funestano il nostro Mediterraneo. Ma il mito nella sua crudeltà sa liberare bagliori di speranza grazie anche alla musica di antichi strumenti (auloi, conchiglie, tube e sonagli) e di polifonie a cappella – composte su versi etruschi – che, pur ispirandosi a sonorità arcaiche, rivelano la loro anima contemporanea”. 
“Abbiamo scelto il Museo Bilotti – spiega Sista Bramini – per il suo imponente ninfeo che scolpisce l’immagine della forza viva delle acque, per le opere immerse nel sogno del mito di De Chirico e in particolare per il suo dipinto “Donna bionda di spalle” che guarda verso il mare. Nelle pennellate dell’artista la nudità della donna partecipa della sostanza viva del cielo e del mare e, appoggiata ad un sinuoso drappo bianco, ci appare come una assorta e pietosa Leucotea contemporanea”.

Leucotea, o Ino, è raccontata da Ovidio nel quarto libro delle Metamorfosi. E’ la narrazione, non unica nel poema, di quanto le passioni incontrollate degradino anche divinità assolute come Giunone, moglie e sorella di Giove, rosa dalla rabbia e dall’invidia per la serenità di Leucotea. Verso di lei sviluppa una strategia di grande violenza e profonda perfidia.

Il degrado di Giunone sembra uguale a quello di Minerva che va a chiedere un intervento dell’Invidia e deve incontrarla nella sua fetida casa. La moglie di Giove si avventura nello Stige e Ovidio non è avaro di descrizioni in un luogo squallido e al tempo stesso incantato: “C’è una via che in declivio si perde tra il fosco di tassi funerei; attraverso muti silenzi conduce agli inferi. Lo Stige pigro esala nebbie, e per lì discendono le nuove ombre, i fantasmi di coloro che sono stati onorati di sepoltura. Pallore e freddo ristagnano dappertutto su quegli orribili luoghi, e i morti appena arrivati non sanno dove sia la strada, da dove si passi per giungere alla città infernale, dove sia il tremendo palazzo del nero Plutone. La capace città ha mille entrate, ha porte aperte dovunque; e come il mare accoglie i fiumi di tutta la terra, così quel luogo accoglie tutte le anime, non è piccolo per nessun popolo, non sente l’arrivo di nessuna folla. Errano esangui le ombre, senza corpo e senza ossa, e in parte si accalcano nella piazza, in parte nella reggia del sovrano dell’abisso, in parte esercitano qualche attività, a imitazione della vita di un tempo, altre ancora sono costrette a scontare una pena. Ebbe l’ardire di andare laggiù Giunone figlia di Saturno, lasciando la sede del cielo: tanto era presa dall’odio e dall’ira. Appena entrò, appena la soglia scricchiolò sotto il peso del suo sacro corpo, Cerbero levò i suoi tre musi e mandò tre latrati in una volta. Giunone chiamò le Furie, figlie della Notte, divinità terribili e implacabili. Esse sedevano davanti alla porta di un carcere chiuso con spranghe di duro metallo, pettinandosi i neri serpenti che scendevano di tra i capelli. Come la riconobbero attraverso la foschia, si alzarono. Quel posto si chiama “Reparto scellerati”. Tizio porgeva i visceri ai colpi di becco, coprendo nove iugeri col corpo disteso; tu, Tàntalo, non riesci mai ad afferrare l’acqua, e i frutti che pendono su di te sempre ti sfuggono; tu, Sìsifo, vai a riprendere o sospingi il masso che sempre riprecipita indietro; Issìone gira sulla ruota, inseguendo e fuggendo se stesso, e le nipoti di Belo, che osarono macchinare la strage di loro cugini, riattingono di continuo l’acqua che riperderanno”.

Il risentimento di Giunone nei confronti del marito di Ino, Atamante, è il nutrimento continuo della madre degli altri dei per una vendetta alla quale non vuole o forse non sa rinunciare e che, dopo averla portata nelle acque putride dello Stige, la fa apparire fragile proprio davanti alle Furie che al suo insistere, le dicono per ricordarle la sua condizione di dominatrice del cielo: “Non c’è bisogno di tante parole. Tutto quello che vuoi, consideralo fatto. Lascia questo spiacevole regno e torna all’aria del cielo, che è tanto più bello!” al punto che, quando ella si riavvìa verso l’alto, Iride, figlia di Taumante, “la purificò con uno scroscio di pioggia”.

La metafora che traspare dalle parole di Ovidio è evidente, più ancora di quanto fosse evidente per l’episodio di Minerva e dell’Invidia: cedere alle pulsioni irrazionali e distruttive dei sentimenti incontrollati porta alla perdita  della stessa dignità divina, come, nelle vicende terrene, della dignità umana che poi Ovidio cercherà di sostenere nei tempi bui della relegazione e della quale scrive molto nei “Tristia”.

Quello che segue e che porterà alla trasformazione della pur (fino ad allora) felice Ino è raccontato da Ovidio con spettacolarità ancora una volta… cinematografica:

“Senza por tempo in mezzo, la tremenda Tisìfone, presa una torcia inzuppata nel sangue, indossò un manto grondante di sangue, tutto rosso, si attorcigliò alla vita un serpente, e partì. La seguivano nel suo cammino il Pianto, la Paura e il Terrore, e la Follia dall’occhio allucinato. Giunse, e si fermò sulla soglia. Raccontano che la porta di Atamante figlio di Eolo tremò e i battenti d’acero sbiancarono e il sole fuggì da quel posto. Rimase atterrita Ino, a quel prodigio, rimase atterrito Atamante, e volevano fuggire di casa. La malefica Furia sbarrò loro il passo piantandosi sull’entrata, e allargando le braccia imbrigliate da intrecci di vipere agitò la chioma: i serpenti, scossi, crepitarono, e in parte si snodarono sulle spalle, in parte scivolando sul petto mandando sibili, vomitarono putrida saliva, fecero balenare le lingue. Poi essa si strappò due serpenti di tra i capelli e con la mano pestifera li scagliò con violenza. E quelli si misero a strisciare sul seno di Ino e di Atamante e insufflarono fetido fiato; senza infliggere ferite al corpo; solo la mente sentì il terribile assalto. La Furia aveva portato con sé anche un filtro mostruoso: bava di Cerbero e veleno di Echidna, vaneggianti deliri e oblio di mente ottenebrata e malvagità e lacrime di rabbia e sede di strage, tutte cose tritate insieme e mescolate a sangue fresco, fatte bollire in un calderone di bronzo mestando con ramo di verde cicuta”. Come non ripensare alle arti magiche di Medea?

“Mentre i due stavano lì spaventati, versò questo filtro nel loro petto e li sconvolse nel profondo del cuore. Quindi, roteando più volte la torcia, sempre in cerchio, con le fiamme inseguì vorticosamente le fiamme, e poi trionfante, eseguiti gli ordini, tornò al regno spettrale del grande Plutone, e si slacciò il serpente preso come cintura”.

Sconvolgenti sono gli effetti dell’avvelenamento cerebrale che colpisce il marito della “felice” Ino o Leucotea e qui il genere cinematografico, se è consentito un paragone con il presente, sembra coincidere con il modello di Quentin Tarantino:

“Improvvisamente, Atamante figlio di Eolo esclama furioso in mezzo alla reggia: “Iuh, compagni, tendete le reti in questa macchia! Ho visto or ora una leonessa passare con due cuccioli qui!” E uscito di senno si lancia all’inseguimento della moglie, come di una bestia feroce, le strappa dal seno il figlio Learco che ride e tende le piccole braccia, rotea due o tre volte il fanciullo per aria, come si fa con la fionda, e gli fracassa il viso contro una dura pietra, spietato. Allora la madre sconvolta – o per il dolore, o per il diffondersi del veleno – si mette a ululare e coi capelli sciolti, fuori di sé, fugge portandosi via sulle braccia denudate il piccolo Melicerta e gridando “Evoè, Bacco!”. Sentendo  il nome di Bacco, Giunone ride e dice: “Bello scherzo ti fa il tuo pupillo!”.

“Pende sul mare una rupe. La base è scavata dai cavalloni e le onde vi s’insinuano, al riparo dalle piogge; la parte superiore si drizza salda e sporge sul mare aperto. Ino vi sale di corsa (la pazzia le dà la forza) e, senza esitare, senza alcuna paura, si getta dall’alto in mare assieme al suo fardello. L’onda, all’urto, schiumeggia. 

“Ma Venere, addolorata per l’immeritata disgrazia alla nipote, così prega con dolcezza suo zio Nettuno: “O dio delle acque, a cui è toccato il regno secondo per importanza a quello del cielo, Nettuno, ti chiedo è vero un grande favore, ma abbi compassione dei miei cari che in questo momento, vedi, sono sbattuti sull’immenso Ionio, e aggiungili al numero degli dèi marini. Anch’io conto qualcosa nel mare, se è vero che un giorno fui una concrezione di spuma sulle sue divine profondità, tanto che ho preso dalla spuma il mio nome greco”.

“Nettuno esaudisce la preghiera: toglie loro ciò che hanno di mortale, li riveste di una veneranda maestà, e insieme all’aspetto rinnova anche i nomi chiamando Leucòtea la madre e dio Palèmone il figlio”.

Gaetano Gandolfi, Atamante uccide i figli di Ino, olio su tela, 82×63 cm, 1801. Bologna, Collezione Molinari Pradelli, Marano di Castenaso

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