UNA MAGA GENTILE E PERFIDA E IL SOGNO DELL’ETERNA GIOVINEZZA

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MEDEA ALLONTANA LA MORTE DEI VECCHI E LA INFLIGGE AI FIGLI – UNA TRAGEDIA DI OVIDIO SEPOLTA DALLE CENERI DI POMPEI?

8 FEBBRAIO 2013 – Chissà se mai la lava sopra Pompei restituirà i capolavori perduti della letteratura antica; chissà se mai altri scavi raggiungeranno le grandi biblioteche che, si dice, riposino ancora nei piani dei fabbricati non raggiunti ancora, da quando oltre 230 anni fa i Borboni iniziarono ricerche sistematiche della più grande testimonianza della romanità ancora pressoché intatta.

Di certo in quelle biblioteche dovrà trovarsi l’unica tragedia che Publio Ovidio Nasone scrisse ed unica opera che di Ovidio non si è mai trovata, la “Medea”, intorno alla quale si sono affaticati tanti letterati, un po’ nella curiosità di conoscerne il costrutto, almeno l’estensione, un po’ nel rimpianto di non poter leggere questi altri versi del periodo più felice del Sulmonese, di quando viveva a Roma e per lui ogni volta che si disponeva a scrivere “le parole uscivano in versi”. Per adesso di Medea abbiamo nelle “Metamorfosi” (al libro settimo) un racconto della straordinaria vivacità, ricco di considerazioni che potrebbero essere quelle dei tempi che attraversiamo, perchè, in fondo, pur nell’abbondanza dei rimedi per rendere più lunga la vita e più vivibili gli anni della vecchiaia, il limite estremo, quel “fine vita” che non può essere rimandato se non di qualche inezia, è il problema dei problemi.

Se, dunque, più di una tematica è legata in Ovidio alla figura di Medea, una in particolare è molto calzante ai giorni nostri, che sotto questo profilo appaiono una replica di quelli del primo secolo dell’epoca cristiana. Ed è il ritorno alla giovinezza la folle speranza che segnerà il destino di un povero vecchio (Pelia, inconsapevole della trama delle figlie) dopo aver beneficiato Esone, altrettanto inconsapevole del regalo che Medea riserva a lui.

La preghiera che commuove e spinge al miracolo

Questa donna di statura morale eccezionale, vinta peraltro anche lei dal destino che segna tutte le “Metamorfosi”, si spinge a pietà per il marito Giasone che esprime il desiderio forse più nobile tra tutti quelli che nell’opera di Ovidio si possono rinvenire: “Se i tuoi incantesimi hanno il potere di compiere quest’altro miracolo che ti chiedo (e io credo che lo possano), togli degli anni alla mia vita e aggiungili a quelli di mio padre!” implora Giasone.

Vuole dunque sacrificare se stesso purchè il padre anziano e prossimo alla morte viva ancora : “E scoppiò a piangere”, tanto che “La donna fu commossa dall’affetto filiale che quella preghiera esprimeva e al suo animo, pieno di contrastanti passioni, si affacciò il ricordo del padre Eeta che aveva abbandonato. Non lasciò trapelare questo sentimento e tuttavia rispose : “Quale proposta abominevole ti è sfuggita, marito mio? Ti pare che io possa togliere a te una parte di vita per darla a un altro, chiunque esso sia? Che Ecate non lo consenta! Tu non chiedi una cosa giusta. Ma io tenterò, Giasone, di farti un dono più grande di quello che tu mi domandi. Io proverò a ridar vigore a tuo padre, ormai così vecchio, non certo a spese dei tuoi anni, ma grazie alla mia arte, purchè la dea triforme mi assista e sia propizia a tanto audace cimento”.

Mancavano ancora tre notti perchè le corna della luna si congiungessero in un cerchio perfetto: quando essa fu nel pieno del suo splendore e la sua faccia completa si rivolse alla terra, ecco Medea uscire di casa con gli abiti fluttuanti, i piedi nudi, i capelli, privi di ornamenti, sciolti sulle spalle, e sola muovere passi incerti nella notte silenziosa. Inerti nel sonno profondo stavano uomini, uccelli e fiere. Ella si avanzava come una sonnambula, senza una parola. Immobili stavano le fronde nel grande silenzio dell’aria umida; c’era un solo bagliore: quello delle stelle. E ad esse Medea tese le braccia,compì tre giri su se stessa, tre volte si bagnò i capelli con l’acqua attinta al fiume, per tre volte lanciò un acuto grido e inginocchiata sulla dura terra levò questa preghiera: “O notte, che custodisci ogni mistero, e voi, aure stelle, che insieme alla luna vi alternate alla chiarità del giorno, e tu, Ecate dai tre volti, che conosci i miei disegni e vieni in aiuto agli incanti e alle arti dei maghi, e tu, o Terra, che fornisci loro la potenza delle erbe, e voi brezze, venti, monti, fiumi e laghi, divinità tutte dei boschi e della notte, assistetemi con la vostra presenza! E’ merito vostro se, ogni volta che l’ho voluto, i fiumi hanno invertito il loro corso, tra lo stupore delle rive; se col mio canto placo il mare agitato e lo sconvolgo quando è calmo; se scaccio o riconduco le nubi; se disperdo o richiamo i venti. Io squarcio con i miei incantesimi la gola dei serpenti, sradico e smuovo dalla loro sede le rocce, le querce, le selve intere, faccio tremare i monti e traggo muggiti dalla terra, obbligo le ombre a uscire dalle tombe. Faccio scendere anche te, o Luna, anche se i bronzi Temesei cercano di alleviare i tuoi travagli; perfino il carro di Febo, mio avo, impallidisce al mio canto, impallidisce l’Aurora grazie ai miei filtri. Siete voi che per me rendeste vane le fiamme dei tori e sottoponeste i loro colli insofferenti al peso dell’aratro ricurvo; voi scatenaste la guerra fratricida tra i nati dai denti del serpente, voi immergeste in un sonno, di cui era incapace, il custode del vello e con questo inganno faceste sì che l’auro trofeo giungesse alle città della Grecia. Adesso mi servono dei filtri per ridare vigore e giovinezza a un vecchio e riportarlo ai suoi verdi anni. E voi me li darete; non invano le stesse hanno mandato un più intenso bagliore, né invano è già qui il carro trascinato dai draghi alati”.

Un viaggio coi draghi a cercare le erbe fatali

Infatti il carro era atterrato dal cielo. Ella vi salì e, accarezzando i colli dei draghi trattenuti dalle briglie, fece vibrare le redini leggere: il carro si innalzò veloce al di sopra della vallata Tessala di Tempe, che Medea contemplò dall’alto per poi far discendere il cocchio nei territori (qui risulta una lacuna che alcuni traduttori non hanno colmato; n.d.r.). Individuò le erbe che le servivano tra quelle che crescevano sulla cima dell’Ossa e del Pelio, sull’Otri, sul Pindo e sull’Olimpo che lo supera in altezza: alcune ne estirpò con le radici, altre ne tagliò con un falcetto ricurvo di bronzo. Molte ancora ne scelse, che crescevano sulla riva dell’Apidano e dell’Anfriso, e molte gliene fornisti tu, Enipeo. Diedero il loro apporto anche le sponde del Peneo, dello Sperchio e le rive del lago di Bebe, coperte di canne. Colse anche l’erba potente che cresce ad Antedone di fronte all’Eubea, la cui fama non era ancora divulgata perchè ancora non si era compiuto il prodigio della trasformazione di Glauco. E dopo nove giorni e nove notti da quanto era cominciata la sua peregrinazione a bordo del carro alato, ritornò. I draghi che la trasportavano avevano percepito soltanto l’odore delle erbe, ma questo bastò perchè deponessero la loro vecchia pelle. Medea si arrestò fuori di casa, senza varcarne la soglia, a cielo aperto, ed evitò ogni rapporto con uomini. Eresse con zolle erbose due altari, l’uno a destra, dedicato a Ecate, e l’altro a sinistra, alla Giovinezza. Li incoronò di verbene e di fronde, scavò due fosse nella terra lì accanto e iniziò un sacrificio. Immerse il coltello nella gola di un nero agnello e ne versò il sangue nelle buche aperte. Poi vi versò coppe di limpido vino e coppe di tiepido latte, mentre pronunciava parole destinate a placare i numi della terra e invocava il re delle ombre insieme a Proserpina, la consorte da lui rapita: li pregava di non voler troppo in fretta strappare la vita dal corpo del vecchio Esone. Dopo aver compiuto questo rito con lunghe, sussurrate preghiere, comandò che si portasse all’aperto il corpo spossato di Esone. Lo fece stendere sull’erba, immerso in un sonno profondo come la morte, grazie alla magia del suo canto; fece allontanare Giasone e i servi e ingiunse loro di volgere lontano dal luogo del sortilegio i loro occhi profani. Essi ubbidirono e si eclissarono.

Un rito da non poter guardare

Medea, coi capelli sciolti come una baccante, compì un giro intorno alle are ardenti, immerse torce dalle molte punte nelle fosse nere di sangue, ve le intrise e poi le accese al fuoco delle due are: e tre volte col fuoco, tre volte con l’acqua, tre volte con lo zolfo purificò il vecchio, girandogli intorno. Nel frattempo, in un recipiente di bronzo, un energico filtro ribolliva, spruzzando intorno una bianca schiuma. In esso cuocevano insieme le radici tagliate nella valle Tessala, i semi, i fiori e i torbidi succhi. A questi la maga aggiunse pietre provenienti dall’estremo Oriente e sabbie lavate dal riflusso dell’Oceano, nonché rugiada raccolta nelle notti di luna; e ancora le ali maledette del barbagianni con tutta la carne, e le viscere del lupo che può cambiare il suo aspetto feroce di belva in quello di uomo. Completavano l’intruglio la pelle sottile coperta di squame di un serpente del Cinife, il fegato di un cervo longevo e da ultimo la testa di una cornacchia che era sopravvissuta per nove secoli.

Quando con questi elementi e con molti altri di cui si ignora il nome la donna barbara ebbe compiuto i preparativi di un’impresa superiore alle umane possibilità, essa rimescolò tutti gli ingredienti accuratamente da cima a fondo con un ramo secco di ulivo che un tempo aveva dato dolci frutti. Ed ecco che il vecchio legno, rimestando nella pentola ardente, di colpo ritornò verde e tosto si ricoprì di fronde e poi di succose olive. Allo stesso modo, ovunque il fuoco faceva sgorgare dal recipiente di bronzo caldi spruzzi che cadevano in terra, là si faceva primavera e crescevano fiori e tenere erbe.

Non appena vide questo, Medea sguainò una spada e, tagliata la gola del vecchio, ne lasciò uscire il sangue consunto e lo sostituì col magico filtro. Esone ne bevve con la bocca e ne assorbì dalla ferita e subito la barba e i capelli persero il loro candore per ridiventare neri. Sparirono senza lasciar traccia la magrezza, il pallore e lo squallore della vecchiaia, mentre si appianavano le rughe e una nuova floridezza dava vita e vigore alle membra. Con suo grande stupore Esone ritrovò in sé l’aspetto che ricordava d’avere quarant’anni prima. Dall’alto del cielo Bacco aveva assistito all’attuarsi di un così grande miracolo che lo indusse a pensare che la gioventù potesse essere restituita anche alle sue nutrici: perciò chiese e ottenne questo favore dalla donna della Colchide”

Ma Pelia muore sotto i colpi delle figlie

Non andò altrettanto bene a Pelia,  perchè in fondo Medea aveva le pulsioni degli esseri umani. In questo sta anche la profonda adesione al vero di Ovidio, che non è poeta che scrive per fini moralistici, ma è vate che canta la natura degli uomini e degli dei, le conseguenti sventure degli uomini (e delle donne) senza nascondere la limitatezza degli uomini e gli stessi difetti degli dei. Forse per questo i personaggi di Ovidio non tramonteranno mai: perchè chi legge li sente vicini, con le altezze supreme del sacrificio e dell’eroismo e le bassezze infime della cupidigia, dell’animo volto al male fine a se stesso, per questo trasformati in esseri degradati rispetto alla natura umana o addirittura in cose (sebbene, si badi, talvolta le trasformazioni colpiscono comprimari incolpevoli). E la donna della Colchide, Medea, “non voleva rinunciare alle sue arti ingannatrici. Simulò allora un odio che non provava nei confronti del coniuge e si presentò in veste di supplice alla corte di Pelia.

La ricevettero le figlie, perchè il re era troppo vecchio per presentarsi. In poco tempo l’astutissima Medea stabilì con loro un legame di finta amicizia e vantò tra i suoi meriti più grandi quello di aver ringiovanito Esone, dilungandosi con intenzione sui particolari del racconto. Così insinuò nelle giovani figlie di Pelia la speranza che anche il padre loro sarebbe potuto ringiovanire con un analogo rito. Esse pregarono Medea di compiere il miracolo, invitandola a chiedere in cambio tutto ciò che voleva. Essa restò un po’ in silenzio, simulando incertezza e fingendo di meditare, per tenere in sospeso le fanciulle che la supplicavano. Poi promise, aggiungendo: “Perchè siate più sicure del dono che sto per farvi, vi darò modo di vedere il più vecchio animale del grege, quello che ne è il capo, ridiventare agnello grazie ai miei farmaci”. Subito le venne portato il montone, spossato dal carico degli anni, con le corna torte intorno alla cavità delle tempie. La fattucchiera scavò nella gola molle dell’animale col coltello Tessalo, macchiandolo un po’ di sangue, e poi depose il corpo del montone in una conca di bronzo, immergendolo in potenti filtri. Grazie a questi le membra rimpicciolirono, le corna svaporarono via, e con esse gli anni, e un belato leggero si fece sentire dal mezzo del recipiente. Tra lo stupore generale, ne balzò fuori un agnello che a salti prese la fuga in cerca di una pecora che lo allattasse. Le figlie di Pelia restarono esterrefatte, vedendo che quanto Medea aveva promesso si realizzava, e tanto più insistettero perchè il loro desiderio fosse esaudito.

Tre volte Febo aveva condotto i cavalli fino alle acque del fiume Ibero, sciogliendoli dal giogo, e la quarta notte veniva, splendente di stelle, quando la figlia di Eeta, compiendo il suo inganno, pose a bollire sul fuoco acqua pura, mista a erbe prive di magia. E già il re e i suoi ministri erano immersi in un sonno pesante, simile alla morte, indotto dalla potenza delle formule magiche. Medea aveva ordinato alle figlie di entrare con lei nella camera e di disporsi attorno al letto e le incitava così: “Perchè restate dubbiose senza far nulla? Sguainate le spade e fate uscire il vecchio sangue dalle vene, perchè io possa riempirle con altro sangue giovane. Da voi dipende la vita e la gioventù del genitore. Se sentite vera pietà e non vi limitate a nutrire vane speranze, aiutate vostro padre! Scacciate col ferro la sua vecchiaia, facendo sgorgare sotto i vostri colpi il sangue corrotto!”. A questi incitamenti, quelle che erano più animate da affetto filiale divennero empie per prime e, per evitare un delitto, si precipitarono a compierlo. Ma mentre colpivano, le fanciulle non avevano il coraggio di guardare e distoglievano gli occhi e il viso, continuando a menare colpi ciechi con le destre omicide. Pelia, grondante sangue, cercò tuttavia di sollevarsi poggiandosi al gomito, tentò di alzarsi dal letto, anche se così dilaniato, e tenendo le braccia livide in mezzo alle spade protese gemette: “Figlie mie, che cosa fate? Chi vi spinge a dar morte a vostro padre?”. Esse, sgomente, si arrestarono; ma Medea tolse al vecchio ogni possibilità di dire di più, tagliandogli la gola ed immergendolo così torturato nell’acqua bollente”.

Perchè tutto questo?

Così, la stessa Medea che aveva esaudito il devoto desiderio di un figlio che voleva dare i suoi anni al padre e  lo aveva fatto senza abbreviare la vita di quel giovane implorante; la stessa Medea che aveva girato il mondo con il carro trainato dai draghi per trovare le erbe giuste a compiere un sortilegio reso gratuitamente, realizzava l’orribile omicidio di un padre per mano delle figlie. E si preparava a realizzare il suo terribile castigo contro Giasone proprio sui figli. Perchè?

Molti si interrogano dalla notte dei tempi e sotto le ceneri di Pompei potrebbe riposare l’opera che Ovidio ha dedicato a Medea, a spiegare a quanti verranno tra duemila anni l’estrema missione della donna della Colchide.

Se ne esiste.

Giasone e Medea