“CAPORETTO DI STATO” E “ERRORI A CATENA”: COSI’ I GIORNALI CONDANNANO LE ISTITUZIONI

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LE INCHIESTE SULL’INCENDIO DEL MONTE MORRONE

2 SETTEMBRE 2017 – Il disastro del Monte Morrone, con le gravi responsabilità delle istituzioni soprattutto nelle prime due giornate, ha avuto un’eco molto tardiva sulla stampa nazionale. Prima con brevi notizie di agenzia, poi con pagine intere e molte foto, i quotidiani più conosciuti hanno descritto l’evoluzione delle fiamme dal 19 agosto a ieri. Ai molti cortesi lettori che non hanno trovato in edicola “Il Tempo” del 31 agosto con la pagina (riprodotta nella foto) e che mi hanno chiesto di leggere l’articolo a mia firma, ripropongo il testo.

V.C.

La fiamma partita dall’Eremo del Papa della rinunzia, per accendere la “Perdonanza celestiniana” a L’Aquila, non è stata l’unica, quest’anno, sul Morrone. Almeno altri dieci fuochi hanno illuminato il Parco Nazionale Morrone-Majella dalle prime ore di domenica 20 agosto. Erano gli inneschi fatti da mani esperte (compresi, pare, gatti imbevuti di benzina e lanciati nei boschi) che hanno ridotto la montagna, che dista soli quattro chilometri in linea d’aria dal monumento a Publio Ovidio Nasone nel centro di Sulmona, a una grande, desolata luminaria senza festa.

Né i Canadair, né l’elicottero Eriksson (sorta di insetto gigante che succhia diecimila litri d’acqua e li riversa con precisione chirurgica sulle fiamme) hanno bloccato il fuoco, che si è divertito a nascondersi nel sottobosco di seicento ettari già distrutti (compresi quelli rimboschiti dai prigionieri austriaci della prima guerra mondiale) e a sollevarsi più forte di prima con un semplice giro di vento per aggredire gli altri mille ettari: a scendere fino alle frazioni di Marane, Fonte d’Amore (altro luogo ovidiano), Bagnaturo per mettere in fuga migliaia di sulmonesi e pratolani appollaiati sulla fascia pedemontana del Morrone nelle loro villette antisismiche per scampare alle scosse del terremoto. Ma quando stanno per partire gli ordini di evacuazione, le fiamme risalgono e ieri erano giunte quasi alla cima, tanto da disegnare gli ultimi colori di un albero di Natale gigantesco, dieci o cento volte più grande di quello di Gubbio.

La Regione si è presentata senza un piano anti-incendi; il “governatore” Luciano D’Alfonso (PD) ha lasciato la maglia con scritte e stemmi della Protezione Civile, che indossa nelle stanze del Palazzo quando deve dare annunci di finanziamenti post-terremoto, per stare in giacca e cravatta a parlare dell’eroismo di tutte le forze intervenute; il suo assessore alle aree interne, Andrea Gerosolimo (Abruzzo civico, ma già UDC e in procinto di transitare a Fratelli d’Italia) quando non erano ancora passate 24 ore dalle prime fiamme e quando ancora non si poteva prevedere che tutto il Morrone bruciasse, ha lanciato l’annuncio che il rimboschimento si farà in deroga alla legge del 2000 che vieta di ricollocare piante e arbusti prima di cinque anni. Poi, quando qualcuno ha chiesto i motivi di tanto tempismo, ha perso la favella.

Intanto gli animali fuggono, ma non sanno quali territori occupare; per loro la vita non è semplice come per i politici in cerca di riciclaggi. Per la prima volta lupi sono stati avvistati d’estate nell’abitato di Sulmona, a Via Pola, e sono diventati subito star del web; se ne sono visti raramente solo quando le bufere hanno portato un metro di neve in città e quattro o cinque metri nei valloni del Monte Morrone. Erano spaesati, hanno fatto pena, avrebbero chiesto aiuto persino a Cappuccetto Rosso, se i bambini non fossero rimasti asserragliati in casa per l’ordine di tenere chiuse le finestre di notte, diramato dal sindaco Annamaria Casini (in vacanza il primo giorno d’incendio e poi il secondo e poi il terzo). Altri animali sono al posto loro: ma bruciati, con le zampe rivolte verso l’alto, gonfi dal calore che li ha decomposti. Nulla si sa delle due coppie di aquile reali che vivevano sul Morrone, al vertice di una piramide alimentare che confermava fino a dieci giorni fa il grande livello qualitativo raggiunto dall’ecosistema di questa che è tra le più caratteristiche montagne della Penisola.

La Caporetto dello Stato appare nella sua immensità perché, nonostante l’ipotesi dell’incendio doloso fosse chiara già dalla serata di domenica 20 agosto, nessuno ha visto un poliziotto o un carabiniere in tutti gli altri sentieri delle sette valli che convergono nella Conca di Sulmona. E quindi altri inneschi sono rimasti impuniti e altre montagne ora ardono: da quella di Secinaro, ai piedi del Sirente (Parco naturale), a quella di Prezza, luogo di origine dell’assessore  Gerosolimo, dove si è svolto un summit con il Presidente della Regione e il Prefetto e al quale sono stati invitati tutti i sindaci dei comuni incendiati, tranne quello di Pratola, che comunque non avrebbe potuto partecipare perché impegnata con i volontari a segnare le linee tagliafuoco sulla montagna. Anche quando il Morrone brucia, il rifiuto alla collaborazione, come la rinuncia di Celestino settecento anni fa, è ciò che fa la differenza.

Le prossime potrebbero essere le ultime quarantotto ore di fiamme; ma solo perché sono previste piogge abbondanti.

Oggi una pagina de “Il Fatto quotidiano”  su “Abruzzo, errori a catena e il monte brucia ancora” contiene una documentata  analisi di Melissa Di Sano.

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