Storie del Colle delle Vacche tra giovani pini e guerrieri di carta

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Colle delle Vacche in fiamme

UNA PASSEGGIATA DI CINQUANTA ANNI FA ED UNA DI VENTI ANNI PRIMA

I SETTEMBRE 2017 – Il fuoco sta distruggendo gran parte dei boschi intorno al rifugio della Casa delle Vacche sul Morrone di Pratola (nella foto). Ma il rifugio è salvo per l’opera incessante anche dei volontari.

Raggiunsi il Colle delle Vacche nell’unica passeggiata in montagna con mio padre; avrò avuto dieci o undici anni perché l’affettuoso bastardino Bill era ancora cucciolo e compare nelle foto con lo sfondo del “Castello dell’Orsa”. Quindi sarà stato nel 1965 o 1966.

Alle 7 eravamo al Bagnaturo dove lasciammo la “Ford Consul” vicino ad una cava per prendere il cammino in un paesaggio piuttosto aspro, con vegetazione molto stentata e con il sole che da dietro il Morrone cominciava ad illuminare il Colle di San Cosimo non ancora circondato dall’autostrada. Mentre mi veniva già il fiatone, papà mi disse che la zona che stavamo per raggiungere era stata rimboschita da poco e gli effetti si sarebbero avvertiti in pieno una ventina di anni dopo; un ordine di misura del tempo che non aiuta a farsi un’idea a dieci anni e quindi guardai quei pini senza avere un paragone di quello che si può fare e di quanto si può crescere in venti anni. Ma almeno capii che saremmo diventati adulti insieme. Loro per fare ombra, io forse per fare il giornalista o, meglio, l’autista di camion.

L’ascesa era molto faticosa per me che in genere passeggiavo con mio padre da Silvi Marina alla Torre di Cerrano; ma non si addiceva ad un accompagnatore chiedere ogni tanto di fermarsi. E poi non c’era la manìa di adesso di portarsi le bottigliette di plastica e di bere un sorso ogni tre minuti mentre si parla; mi sarebbe servita per allentare un po’ il ritmo. C’era una borraccia di ferro e per giunta la portava lui.

Avrei voluto prendere le scorciatoie rispetto al sentiero per arrivare prima e riposarmi prima, ma papà, con quel suo spirito di sorridente allusione che riservava alle occasioni più confidenziali, mi fece notare che “La montagna si prende in giro”, che mi sembrò una considerazione per la natura molto più pratica e cameratesca, ma anche più rispettosa delle tante ossessioni naturalistiche che si sovrapposero quando quei pini ed io diventammo adulti.

Ricordo poco del tragitto: solo un massiccio di roccia che dal parcheggio della macchina sembrava piccolo e banale, ma che per farsi prendere in giro richiese una bella contropartita di fiato. Già si cominciava a vedere un bel panorama della Valle Peligna ed eravamo a più di metà strada. La vegetazione si faceva più varia: fiori più interessanti, musicalità del canto degli uccelli invece delle gazze del Bagnaturo. Però ancora non capivo perché quella zona fosse mèta delle vacanze dei pratolani, quando era molto più divertente fare il bagno al mare. Tuttavia, quello che diceva mio padre mi interessava e quasi tutto mi è rimasto di una giornata nella quale lo trovai molto loquace e soprattutto attento e premuroso solo per me. Ci addentrammo in una diramazione del sentiero che conduceva a delle grotte nascoste. Poco più di venti anni prima (dunque, ancora l’intervallo di tempo sconosciuto che avrebbero impiegato quegli alberi a crescere insieme a me) lui era stato lì per sottrarsi ai Tedeschi che rastrellavano e qualche anno dopo la nostra passeggiata, parlando con un mio zio che aveva partecipato alla Marcia su Roma, raccontò, con l’aria di chi descrive un paradosso, che per quella fuga i suoi compagni ottennero il riconoscimento di partigiani. Mi sembrò strano che si potesse diventare guerrieri facendo una passeggiata come la mia; pensai che a quel punto non fosse solo la montagna ad essere presa in giro.

Vicino al rifugio, delle vacche non c’era neanche l’ombra e la cosa un po’ mi deluse perché avrei tanto voluto incontrare i dolcissimi vitelli dalle forme goffe e intimiditi da Bill quando li incontrava nelle strade di campagna al punto che si rifugiavano dalla madre.

Si respirava una bell’aria al Colle delle Vacche; mi sembra che ci fossero cespugli di fragole e l’ombra delle piante dava un ristoro gradevolissimo, l’ideale per mangiare i panini di mamma e bere un goccio di vino di Pratola. Mi è rimasta sempre la convinzione che papà me lo elargisse per abituarmi, per non sentirlo come una cosa vietata e, quindi, per scopi precauzionali: una specie di profilassi per evitare il pericolo di una scoperta tardiva e quindi troppo appassionante. Ma non me lo ha mai confermato, anche perché non glielo ho mai chiesto; e adesso è tardi. Chiedere una conferma di questa ipotesi a mia madre mi sembrava sleale, considerate le distanze di vedute che avevano sul problema dell’etilismo a Pratola, lei di Sulmona e lui pratolano di generazioni.

Al ritorno mi sarei potuto godere la discesa, che è sempre stata l’aspetto della montagna a divertirmi di più. Ma incombeva un nuvolone scuro che minacciava ad ogni tornante del sentiero e prendemmo le scorciatoie prima sconsigliate. Quindi fu una bella fatica anche il ritorno e non potetti indugiare a salutare quei pini coetanei che non ho rivisto più; e anche con loro adesso sarebbe troppo tardi.