Travaglio a Castel di Sangro con “Slurp” per capire il servilismo in democrazia

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31 MARZO 2016 – Marco Travaglio, direttore de “Il Fatto quotidiano” sarà a Castel di Sangro domani alle ore 21 con il suo “Slurp”,

 viaggio nella stampa asservita al potere con l’onomatopeico verso di chi lecca. Il giornalista, nato a Torino nel 1964, ha collaboratore con “Il Giornale” di Montanelli e, dopo il periodo del “Corriere della Sera”, ha proseguito nel percorso del giornalismo d’inchiesta, dal quale ha ricavato anche alcuni volumi (“L’odore dei soldi” sull’ascesa di Berlusconi; “La scomparsa dei fatti” sul declino proprio del giornalismo di inchiesta; “Lo Stato Montificio” sull’anomalia della designazione di un presidente del Consiglio non eletto da nessuno).

E’ stato definito da Silvio Berlusconi “il più bravo giornalista d’Italia”, sebbene abbia combattuto contro di lui, praticamente in solitaria, una battaglia all’ultima udienza (cioè fino alla condanna definitiva in Corte di Cassazione dell’ex cavaliere). L’unica ombra che circonda Travaglio è quella che viene definita una contiguità con i pubblici ministeri, dalla quale sgorga una immagine forcaiola del suo rilevante impegno civico; ma il direttore del “Fatto” ribatte attingendo continuamente alla cronaca di tutti i giorni, fatta di episodi di corruzione stratosferica, anche e soprattutto all’interno dello stesso Partito Democratico che una volta si faceva passare come il “partito delle regole”.

In Abruzzo, “Il Fatto” ha mandato l’inviato Massari per l’eclatante caso (poi finito alla procura della Repubblica di Campobasso) delle fasi decisionali nel processo in Corte d’Assise di Chieti per la mega-discarica di Bussi sul Tirino. E nessun giornalista abruzzese ne aveva parlato prima. Del resto, ad una “festa del Fatto” sull’Isola Tiberina nel settembre 2014, Marco Lillo, firma tra le più ricorrenti del giornale, ha riferito che sono spesso i colleghi di altre testate a “passare” notizie che la censura dei propri direttori non consente di pubblicare. Un profilo disastroso per un giornalismo di un Paese ancora libero, nel quale prevale la smania dei giornalisti di consegnarsi ai detentori del potere.

Proprio nell’editoriale di martedì, Travaglio riportava una riflessione di cinquecento anni fa di Etienne de la Boetiè (“Discorso sulla servitù volontaria”): “Vorrei riuscire a comprendere come sia possibile che tanti uomini, in tanti paesi, tante città, tante nazioni, talvolta sopportino un tiranno solo, che non ha altro potere se non quello che essi stessi gli accordano, che ha la capacità di nuocere loro solo finchè sono disposti a tollerarlo, e che non potrebbe fare loro alcun male se essi non preferissero sopportarlo anziché opporglisi… Non c’è bisogno di combattere questo tiranno, né di toglierlo di mezzo; si sconfigge da solo, a patto che il popolo non acconsenta alla propria servitù. Non occorre sottrargli qualcosa, basta non dargli nulla… E’ il popolo che si fa servo, che si taglia la gola da solo, che potendo scegliere tra servitù e libertà rifiuta la sua indipendenza e si sottomette al giogo; che acconsente al proprio male, anzi lo persegue… Questo vostro padrone che vi domina ha soltanto due occhi, due mani, un corpo, niente di diverso da quanto possiede l’ultimo abitante del grande e sconfinato numero delle vostre città eccetto i mezzi per distruggervi che voi stesso gli fornite… Decidete una volte per tutte di non servire più e sarete liberi”.

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