CONFRONTO DI TERREMOTI E DI BANDIERE

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ABRUZZO ED EMILIA E UNO STATO PATRIGNO

REGGIO EMILIA,  27 OTTOBRE 2015 – Uno dei migliori ristoranti di Reggio Emilia non è di reggiani.

“E’ venuto giù tutto e ci siam trasferiti qui” dice chi lo gestisce ricordando il terremoto dell’Emilia del 2012. “Non abbiam avuto niente; o , meglio, abbiam avuto 2.500,00 euro per ciascuno, perché i locali non eran nostri; così abbiam lasciato la nostra attività, al confine con la provincia di Modena”. Nessuno ha indennizzato l’avviamento del ristorante.

Storie parallele tra Abruzzo ed Emilia Romagna per un passato di episodi sismici: “Da noi si disse lì per lì che la scossa era di magnitudo 5,9; ma poi si indicò più realisticamente il 6,4”. Ma i parallelismi si fermano qui: “Siam stati troppo veloci nel rimboccarci le maniche. E così a dicembre dello stesso 2012 sono state chieste tutte le tasse che fino a quel momento erano state sospese. E non si può sostenere che tutti i capannoni industriali e artigianali crollati le prima o la seconda volta del terremoto del maggio non fossero essenziali per l’economia delle province devastate dal terremoto”. Avete fatto come i friuliani avevano fatto nel 1976… “Sì, solo che in Friuli hanno ricevuto i soldi; noi qui niente o quasi. E’ vero, in Friuli sono stati veloci, ma noi lo siamo stati troppo, proprio mentre i soldi pubblici non venivano stanziati, né promessi”.

E le storie della provincia emiliana e di quella abruzzese si divaricano ancora di più, se si considera che in Emilia non sono stati tracciati “crateri” di interventi pubblici che hanno saltato zone orografiche del tutto omogenee: “Siam tutti, sostanzialmente, sopra catene montuose, solo che qui, al di sotto dei nostri piedi, e prima delle creste di roccia c’è uno strato di terreno, che forse ci ha evitato i lutti che hanno colpito la città dell’Aquila”.

Gli energici ristoratori di Reggio, ma non reggiani, non sanno tutta la storia. Ignorano un particolare che non riveliamo loro perché qui avrebbe il sapore di una bestemmia: nella città dove il 7 gennaio 1797 fu adottato come bandiera della Repubblica cispadana il tricolore poi ripreso da tutta l’Italia, suonerebbe incomprensibile e indecoroso quello che ha fatto la città capoluogo dell’Abruzzo tramite il suo sindaco, cioè la rimozione di quel tricolore da tutti i palazzi comunali. Il Museo del Tricolore è a due passi da qui, ci separa solo un breve tratto della Via Emilia che taglia a metà il centro storico di Reggio Emilia. I rappresentanti di Bologna, Modena, Ferrara e Reggio Emilia dedicarono una infervorata seduta per dotarsi di un accostamento dei colori che sono diventati i colori del cuore di tutti gli Italiani e che furono esposti, per volere di Francesco II, nei palazzi di Napoli prima ancora che in città entrasse Giuseppe Garibaldi. Un emblema attorno al quale si sono riconosciuti tutti gli Italiani, tranne gli Aquilani e, per giunta, per una manovra di pressione molto discutibile se non proprio illecita. Qui a Reggo Emilia, se lo sapessero, si rimboccherebbero le mani un’altra volta, ma forse non per ricostruire i loro capannoni e tutti i piccoli e grandi fabbricati per riprendere il lavoro; più semplicemente, per dar prova della vera natura di schietti emiliani.

Nella prima foto del titolo: la sala ove il 7 gennaio 1797 fu adottato il tricolore (sebbene a strisce orizzontali), oggi sede del Consiglio Comunale di Reggio Emilia.

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