CORTE D’ASSISE DI CHIETI: LE VOCI DI DENTRO

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13 MAGGIO 2015 – Non troverà pace la vicenda della discarica di veleni di Bussi sul Tirino (nella foto il Pescara poco prima della discarica dei veleni, lungo le Gole di Popoli); ed è giusto che sia così fino a quando non si farà chiarezza su quello che è successo nelle Gole di Popoli, all’altezza della incantevole confluenza del limpido Tirino e del limpido Pescara, che diventano improvvisamente, tutti e due, portatori di inquinamento, forse letale. Oggi “Il Fatto quotidiano” riferisce della intenzione di due giudici popolari della Corte d’Assise di Chieti di raccontare al giudice come andarono le cose nella camera di consiglio e offre ampi stralci di una narrazione che ha dell’incredibile. Ma, a prescindere da questo aspetto strettamente processuale sul quale è stata già invocata una ispezione del ministro della Giustizia Orlando, le cose di Bussi non possono finire con una dichiarazione di prescrizione, ammesso che la Corte di Cassazione (cui si sono rivolti i pubblici ministeri saltando la Corte d’Appello dell’Aquila) confermi la sentenza della Corte d’assise del dicembre scorso.

Se non c’è stato avvelenamento (cioè proprio l’intenzione di far ingerire a 700.000 abitanti della provincia di Pescara i veleni interrati sotto il viadotto dell’autostrada) la dichiarazione di intervenuta prescrizione lascia non solo ombre, ma certezza in ordine al danno che è stato recato all’ambiente: “ è stata accertata la presenza di sostanze potenzialmente a rischio per la salute umana  … Sarebbe stato necessario vietare l’erogazione e la distribuzione delle stesse acque…” ha verbalizzato il gen. Guido Conti della Guardia Forestale, riproducendo le dichiarazioni di una dirigente dell’Arta. E su questo non ci sono prescrizioni che tengano, sotto il profilo dei risarcimenti per il pericolo che si è scelto di correre erogando quelle acque.

Non è il caso di dire che dei veleni di Bussi bisogna farsi una ragione e tirare avanti perché la vita continua. La vita non è continuata per molti Abruzzesi, abitanti nella Valle del Pescara, che sono stati colti da forme tumorali verosimilmente da far risalire all’inquinamento di Bussi Officine. E soprattutto, la scelleratezza della classe governante arriva al punto di prospettare una riconversione ad uso industriale di tutto lo stabilimento: l’uso industriale sarebbe un cementificio tanto richiesto da chi forse ha anche sostenuto la campagna elettorale di qualche candidato alle ultime elezioni regionali. E questa riconversione dovrebbe essere pagata con i fondi del terremoto, elargiti a centinaia di milioni per sostenere una occupazione irrisoria (come tutti i livelli occupazionali dei cementifici che impostano e seguono un ciclo produttivo pressochè automatico). Le polveri sottili di questo cementificio si dirigerebbero proprio verso Pratola e Sulmona, spinte dal solito, incalzante vento delle gole di Popoli.

Quindi è giusto che non si trovi pace sulla vicenda di Bussi, almeno fino a quando la prescrizione verrà sbandierata quale sostanziale impunità di chi, volendo uccidere o non, ha interrato veleni a tonnellate e sapeva che erano veleni.

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