LETARGO ANCHE PER I PRESENTI AL CASTELLO DI PETTORANO
16 NOVEMBRE 2014 – Tutti gli intervenuti al dibattito nel castello di Pettorano sul Gizio sono riusciti nell’intento: far addormentare l’orso.
E anche qualcuno dei presenti. Nella caccia alla soluzione della convivenza tra uomo e orso, hanno preso sentieri diversi, divergenti, qualcuno deve essere arrivato a Forca d’Acero per non sapere poi come tornare: dati, confronti statistici, sembrava una riedizione di Pagnoncelli a Ballarò.
Ed è mancato il moderatore che avrebbe dovuto, pur dolorosamente, togliere la parola ai logorroici. Basti dire che il comandante regionale della Guardia Forestale, Lungo, è stato il più Breve.
Era mezzogiorno e ancora non si profilava la fine del discorso D’Aurora, che avrebbe dovuto solo essere introduttivo, più dell’alba. Lo chiamano Mimì e, senza dover fare la Bohème, non disdegna un abbreviativo ingannevole. Guardando, poi, ai contenuti, qualche slancio c’è stato nel tentativo di tener desto un uditorio peraltro foltissimo di telecamere e di teleobiettivi, intasato di taccuini e smartphone, per questo supplemento di lancio mediatico di un dramma grosso e sconsolante come l’uccisione di un giovane esemplare di orso marsicano a settembre. Per esempio, molto efficace è stata l’immagine del dott. Ciucci, che ha paragonato il posizionamento dei pollai al limitar del Parco a quello dei McDonald che attirano i giovani irresistibilmente. E’ questo il nocciolo del problema: come si fa, da parte dell’orso, a rinunciare a un pollaio e a contentarsi delle mele? Ma se l’inquadramento è stato indovinato, le soluzioni, fornite da altri, scricchiolano molto: pattuglie di dissuasori in tenuta di caccia per spaventare gli orsi; distruzione dei pollai nelle zone-obiettivo delle incursioni; indennizzi corposi. Tutto questo, a chi è profano, può sembrare velleitario, quando si ha a che fare con plantigradi che, nei mesi precedenti il letargo, mangiano di tutto in quantità industriali. Non ci mettono niente a spostarsi sempre più vicino ai centri abitati per dare una sbirciatina alle macellerie, se davvero hanno preso la via della comunanza con l’uomo, come è successo a Pescocostanzo, nella piazza principale..
Poi, nel dibattito, dosi massiccie di poesia: le citazioni di chi ha detto, come il Duca di Edimburgo, quando era presidente internazionale del WWF, che se scompare il Colosseo lo si può ricostruire perché le pietre si ritrovano, ma se scompare una specie non si potrà mai ricrearla. Grossa cantonata, non tanto per la possibilità di ricreare i dinosauri, che pare accertata, quanto per la possibilità di rifare il Colosseo: ammesso che un Napolitano insieme a un Renzi possano ricostruire l’Anfiteatro Flavio con le larghe intese; ammesso pure che, per non ridere troppo, l’ipotesi dovrebbe essere rapportata ad un Obama, a cosa servirebbe un Colosseo adesso: a vedere una partita di baseball? E che rapporto ci può essere tra un uomo che dà una mazzata ad una palla e una squadra di disperati che si ripara dai leoni? La costruzione dell’Impero Romano, dunque, è irripetibile almeno quanto la scena della giovane orsa con tre pargoli che ad un Fulco Pratesi cacciatore ha fatto appendere il fucile al chiodo, come lui stesso ha confessato oggi. L’approccio con la salvaguardia della natura deve essere meno dogmatico; deve andare sul concreto, deve riguardare il sangue dell’orso e lo stomaco degli allevatori di polli.
Altrimenti fa sbadigliare tutti: pure l’orso.
E lo manda in letargo senza che abbia risolto i problemi per la primavera prossima.






