LETTURE DI OVIDIO DUEMILA ANNI DOPO

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“RAGGIUNGI LE METAMORFOSI E DI’ LORO CHE ANCHE LA MIA FORTUNA E’ CAMBIATA”

18 NOVEMBRE 2012 – La grandezza di Roma stava anche nel non mandare al rogo i libri eretici. Augusto relega Ovidio a Tomi, ma non fa distruggere i suoi libri. Quando il Sulmonese intraprende la scrittura delle “Tristezze” , invita proprio quel libro, fatto dei versi che va scrivendo, a raggiungere Roma e ad unirsi ai suoi fratelli, figli dello stesso poeta che a Roma non potrà mai più tornare.

E’ il segno più alto dell’affetto di Ovidio per le sue creature, per il frutto di quello che ha studiato e di quello che ha immaginato, per il condensato della sua vita di uomo di elevato talento, grande archivio di miti, ma anche impareggiabile disegnatore di scene dense delle emozioni, delle speranze, dei castighi che gli dèi si infliggevano. Rivolgendosi al suo libro di versi che si appresta a partire per Roma, Ovidio gli dice : “E quando la mia casa ti avrà accolto nel luogo più segreto,/ nello scrigno smussato dove avrai tua dimora / ti accorgerai che sono, disposti in fila, tutti i tuoi fratelli, / cui lavorai vegliando con la stessa passione. / Gli altri palesemente dei loro titoli faranno mostra / portando sulla fronte scoperti i propri nomi. / Ma tre in un lato oscuro, nascondersi vedrai discosti: questi / come nessuno ignora, insegnano ad amare. / Tu fuggili, oppure, se avrai voce abbastanza per parlare / Edipodi o Telegoni fai in modo di chiamarli. / Dei tre ti avverto, anche se in te sussiste affetto per il padre, / non amarne, seppure insegna amore, alcuno”.

La tolleranza di Augusto e i roghi del XX secolo

Dunque lo stesso Ovidio mette in guardia i “Tristia” di non relazionarsi con il “carmen” che, insieme all’”error”, gli ha procurato la relegazione in terra di Romania. Ma da questa circostanza desumiamo che i tre libri, maledetti da Augusto, sono tuttavia conservati nella casa del loro autore. Sgherri incolti o “guardie della rivoluzione” hanno fatto qualcosa di diverso nei venti secoli che ci separano dalla “maledizione” lanciata da Augusto sugli “Amores” e sull”Arte di amare” o sui “Remedia amoris”. A Dresda, come a Pechino qualche decennio fa, per non parlare dei colossali roghi voluti dalle religioni nel Medioevo, i segni della cultura sono stati distrutti. Augusto poteva concedersi di non temere neppure che il frutto di una poesia, considerata “non organica” al suo disegno di principe, restasse nella casa dell’autore (ma ovviamente anche in tutte le biblioteche di Roma). Segno di padronanza assoluta del governo delle cose come delle anime; e segno anche di quella tolleranza che ha contraddistinto quanto meno gli ultimi decenni dello sconfinato principato dell’Ottaviano (sostanzialmente, sessant’anni di dominio assoluto): disponibilità di conservare all’interno della società imperiale il dissenso, come l’idea stessa del “diverso” costituito dalle razze e dalle religioni.

E nella stessa prima elegia dei “Tristia” Ovidio parla degli altri suoi figli che aspetteranno l’ultima produzione di versi, come le immortali “Metamorfosi”: “Quindici poi volumi vi sono delle mie forme mutate, / carmi or ora sottratti ai miei funebri intenti: / Di’ a loro, te lo chiedo, che includere si può tra quei sembianti / mutati anche il volto che fu di mia fortuna, / poiché quella dissimile subito fu da quale è stata prima, / ora degna di pianto, in altro tempo lieta”.

Ma in questa inaugurazione dei versi, in questa prima elegia, c’è la traccia della consapevolezza di scrivere qualcosa di minore: “… e inferiore al mio ingegno potranno giudicarti. / E’ il dovere di un giudice quello di analizzare i fatti e insieme / le circostanze: sarai salvo se così è stato. / Nascono i versi quando un animo sereno li accompagna, / la disgrazia improvvisa viene se il tempo è oscuro./ Richiedono, i versi, isolamento e calma da chi scrive: / quanto a me, mare, vento, crudo inverno mi scuote: / Dai versi ogni timore è lontano, ma io, disperato, / mi figuro, confitta nella gola, una spada”. Ovidio scrive pur non essendo certo che seguiranno gli applausi venuti per i “fratelli” del libro che scrive; anzi, con la quasi scontata consapevolezza di non essere al livello artistico di sempre, al punto da rassicurare il nuovo libro : “…e non ti vergognare se dispiaci al lettore”.

Ingenio sic fuga parta meo

E un appunto su di sé, di quelli che ha tenuto nella penna per tutto il tempo nel quale ha scritto i “Fasti” e le stesse “Storie delle forme mutate”, Ovidio si concede in questi “Tristia” che stanno per partire per Roma: “Fino a che fui felice, desideravo un titolo di onore, /volendo ardentemente acquisire un nome. / Se non odio i versi e la passione che mi ha perduto / già basti! E’ il mio talento quello a cui devo il bando”. Ingenio sic fuga parta meo. Forse sono proprio queste le annotazioni personali e introspettive che fecero preferire a D’Annunzio i “Tristia” e le “Epistule ex Ponto” a tutta l’altra poesia di Ovidio: e forse saranno questi spunti psicologici che rilanciano la poesia del Sulmonese a soddisfare il bisogno estremo di analisi dell’uomo moderno.

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