
Bottega di Rubens FILEMONE E BAUCI – olio su tela 1620 ca – Vienna Kunsthistorisches Museum
QUANDO I POVERI OFFRONO ALL’OSPITE TUTTO QUELLO CHE HANNO
21 MARZO 2012 – Una nazione che vuole essere veramente grande non respinge nessuno: semmai uniforma il differente, stempera l’antagonismo, talvolta tronca addirittura l’identità dello straniero.
Ma può essere anche solidale con chi viene da lontano. Un messaggio fondamentale della poesia di Ovidio, autentico specchio del modo di essere e di pensare dei Romani viene da un episodio commovente delle “Metamorfosi”, nel libro ottavo. Filèmone e Baucide sono vecchi e fragili, ma sono gli unici che aprono agli dei in cerca di riparo e ristoro; ovviamente Giove e Mercurio non si presentano nello loro vesti, quanto “sotto umano aspetto”:
A mille case bussarono, in cerca di un posto per riposarsi; mille case sprangarono la porta. Una sola, alla fine, li accolse: piccola, sì, e con un tetto di paglia e di canne palustri, ma in quella casa Bàucide, pia vecchietta, e Filèmone, pari a lei per età, vivevano uniti fin dagli anni della giovinezza, in quella capanna erano invecchiati, alleviando la loro povertà col sopportarla senza vergognarsene e serenamente. Inutile domandarsi chi è padrone e chi servitore: la famiglia è tutta lì, loro due; comandano ed eseguono da soli. Quando dunque i due dèi del cielo, arrivati a questa casetta, entrarono chinando il capo, perchè la porta era bassa, il vecchio li invitò ad accomodarsi, accostata una panca sulla quale Bàucide stese premurosamente un ruvido panno. E Bàucide poi smosse sul focolare la tiepida cenere, e ravvivò il fuoco del giorno avanti e lo alimentò con foglie e corteccia secca e lo spinse a levare fiamme soffiandovi su col suo debole fiato. E da un ripostiglio tirò giù ciocchi scheggiati e rametti inariditi, e li spezzetto e li mise sotto a una piccola pentola. E spiccò le foglie alle verdura raccolta dal suo Filèmone nell’irriguo orticello. Lui, con una forca a due punte stacca una spalla affumicata di maiale che pende da una nera trave, e di quella spalla religiosamente conservata taglia una fetta modesta, e ammolla la fetta nell’acqua che bolle. Intanto ingannano il tempo conversando, (perchè l’attesa non pesi. C’è, appeso per il manico ricurvo a un gancio, un catino di faggio; lo riempiono d’acqua tiepida, e gli arti in esso immersi si ristorano. In mezzo, c’è un letticciolo dalla sponda e dalle zampe di salice, con un saccone di morbide erbe). E scuotono il saccone, di morbida erba di fiume, che sta sul letticciolo dalla sponda e dalle zampe di salice, Vi stendono sopra una coperta, che usano mettere soltanto nei giorni di festa; ma anche questa coperta è misera e logora, non stonata per un lettuccio di salice. Gli dèi si adagiano.
La vecchia, con la veste tirata un po’ su, tremolando, apparecchia la tavola; ma una delle tre zampe della tavola è troppo corta. Un coccio la pareggia; infilato sotto, elimina la pendenza, e il piano viene poi pulito con un ciuffo di verde menta. E sopra si pongono ora olive di due colori, sacre alla schietta Minerva, e corniole autunnali immerse in liquida salsa, e indivia e ravanelli e una forma di latte cagliato, e uova voltolate delicatamente su cenere non troppo rovente: tutto in stoviglie di terracotta. Viene quindi piazzato un boccale cesellato nello stesso… argento, e bicchieri fabbricati in faggio, stuccati all’interno con bionda cera. Non passa molto, che dal focolare arrivano le pietanze belle calde, e di nuovo si porta il vino (non davvero di età veneranda), e poi il vino, scostato un po’, fa posto alla frutta. Ora sono noci, sono fichi secchi misti a datteri grinzosi, e prugne, e mele profumate, in larghi canestri, e uva colta da tralci purpurei. Al centro, un candido favo. E a tutto questo si aggiungono facce buone, sollecitudine sincera e generosa. In quel mentre i vecchi vedono che il boccale, a cui si è attinto tante volte, si riempie da solo, che da solo il vino ricresce. Sbigottiti da quel fatto incredibile, sono presi, Bàucide e il timido Filèmone, da sacro terrore, e con i palmi delle mani levati verso il cielo si mettono a mormorare preghiere e chiedono scusa per le pietanze così umili e umilmente servite. C’era un’unica oca, guardiana di quella minuscola cascina,, e i padroni si apprestavano ad ammazzarla per i loro ospiti divini. Starnazzando essa scappa e li stanca, già lenti per l’età, facendosi inseguire a lungo, e alla fine si rifugia, così sembra, proprio accanto agli dèi.
E questi proibiscono di ucciderla, e dicono: “Dèi siamo noi, e i vostri empi vicini avranno la punizione che si meritano, mentre a voi sarà dato di restare immuni dalla sciagura. Lasciata soltanto la vostra casa, seguite i nostri passi e venite con noi in cime al monte”. I due obbediscono, e sostenendosi col bastone, a fatica avanzano passo passo su per la lunga pendice. Distavano dalla vetta quanto può essere il tragitto di una freccia: volgono gli occhi, e vedono che giù tutto è sommerso da una palude: tutto, tranne la loro dimora. E mentre guardano sbalorditi e piangono la sorte dei loro vicini, quella vecchia capanna, piccola anche per i suoi due padroni, si trasforma in un tempio: colonne subentrano al posto dei pali, la palla gialla del tetto manda sprazzi d’oro, si vedono porte cesellate, il suolo rivestito di marmo. E allora Giove, figlio di Saturno, pronuncia con placida voce queste parole: “O buon vecchio e tu, donna degna del tuo buon marito, esprimete un desiderio”. Consultatosi brevemente con Bàucide, Filèmone riferisce agli dèi la loro scelta comune: “Chiediamo di essere sacerdoti e guardiani del vostro tempio, e poiché siamo vissuti d’accordo tanti anni, vorremmo andarcene lo stesso istante: che io non debba vedere al tomba di mia moglie, né lei debba tumulare me”. Il desiderio fu esaudito. Furono custodi del tempio, finchè fu loro concesso di vivere. E un giorno, mentre sfiniti dagli anni, dalla vecchiaia, stavano per caso in piedi davanti alla sacra gradinata e rinarravano le vicende del luogo, Bàucide vide Filèmone coprirsi di fronde,il vecchio Filèmone vide coprirsi di fronde Bàucide. E mentre già una cima cresceva sui loro due volti, continuarono a scambiarsi parole, finchè poterono, e “Addio, mia metà” dissero nello stesso momento, e la scorza velò e suggellò in uno stesso momento le loro bocche. Ancor oggi gli abitanti della Frigia mostrano lì due tronchi vicini, tronchi che furono i loro due corpi. Queste cose mi sono state raccontate da vecchi degni di fede, che non avevano motivo d’inventarmi bugie. Del resto, ho visto delle ghirlande appese ai rami, e ho appeso io stesso ghirlande fresche dicendo: “Chi fu caro agli dèi, divino sia, e a chi un giorno onorò, sia reso onore”.
Grande significato avevano le misere cose offerte agli stranieri, senza aspettativa di un premio. Persino l’unica oca che avevano, Bàucide e Filèmone tentano di afferrare per offrirla in pasto a chi veniva da lontano e forse mai più sarebbe tornato. Tutto intorno a loro parla di povertà: persino il tipo di cibo. E a tal proposito la dott.ssa Rosanna D’Aurelio, direttrice del centro di studi ovidiani nella biblioteca intestata al Sulmonese, ha trovato spunto per risalire alle consuetudini della mensa delle classi meno abbienti all’epoca del I secolo a.C.: lo ha fatto in una conversazione al Rotary per il 2055° compleanno di Ovidio.
La tematica dell’accoglienza dello straniero è stata molto approfondita da un letterato romeno che su Ovidio ha scritto “Dio è nato in esilio”: Vintila Horia propone un immaginario diario del Sulmonese relegato a Tomi. Ma aveva scritto nella “Settima lettera” un episodio che vedeva protagonisti addirittura Socrate e Platone.
Avendo assistito ad una profanazione di una statua di Ermes, Platone giovanissimo beve vino da una coppa che il profanatore gli porge perché lo sputi sulla statua come lui ha fatto poco prima. Platone sputa sì, ma sulla faccia dell’indegno e si allontana, seguito nel buio da poche persone che apprezzano il suo gesto. Una di queste, Socrate, prende a parlargli di cose elevate, ma Platone non è sulle prime interessato, ha ancora l’animo sottosopra per la ribellione appena compiuta. Però presta ascolto a Socrate che per lui è uno sconosciuto. Gli vengono alla mente questi versi dell’Odissea : “Se fosse un qualche dio dei cieli ! Simili agli stranieri venuti da lontano, gli dèi prendono aspetti diversi, vanno di città in città a conoscere tra gli uomini i superbi e i giusti”.






