SE UN DIO E’ INVITATO A PRANZO

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L’OSPITALITA’ ENTRA NEL MITO CON L’EPISODIO DI FILEMONE E BAUCI E ISPIRERA’ DUE MILLENNI  DI LETTERATURA

13 LUGLIO 2014 – Cosa si prova ad ospitare a casa un dio?

Anche questa ipotesi fa Ovidio nelle sue Metamorfosi. E non ripercorre un mito conosciuto, non riformula una versione radicalmente nuova di un racconto che riprende, per esempio, dall’Odissea e, comunque, dall’immenso materiale della mitologia ellenica e romana. “Il mito di Filemone e Bauci è stato oggetto, a partire dal momento in cui ha preso congedo dalla fertile fantasia ovidiana, di una serie pressochè infinita di letture e rivisitazioni, orientate, in linea di massima, a cogliere, del racconto fondamentale, l’elemento della fedeltà nell’amore coniugale e di simultaneità nella morte (…) Il nostro mito è prima di tutto un racconto di ospitalità elargita ad esseri divini” osserva nella “Premessa” al suo “Ospitare Dio” Donatella Puliga, che poi sviluppa un ponderoso studio su tutta la scia che il racconto di Ovidio ha lasciato nella letteratura, fino a Victor Hugo nel suo “L’uomo che ride”, ma passando attraverso una imponente riflessione del Medioevo e del Rinascimento.

Filemone e Bauci (o Baucide secondo alcune tradizioni) sono anziani ed hanno vissuto insieme sempre, tanto da essere preoccupati di non dover sopravvivere l’uno all’altro. Per questo, quale ricompensa che viene offerta loro dagli dei, chiedono semplicemente di morire insieme. Ma il motivo nuovo e prorompente di tutto l’episodio racchiuso nell’VIII libro della “Mutate forme” è il loro assoluto anticonformismo, con la granitica serenità di gente povera che tutto sa dare perché non vuole trattenere quanto può essere utile ad altri.

Uno scenario di povertà estrema

 Il teatro è una zona della attuale Turchia, quella che ai tempi di Ovidio si chiamava Frigia: lì si recano Zeus e Mercurio, sotto forme umane. Ovunque vengono scacciati, tranne dall’ultima abitazione, una capanna (v. per la traduzione dell’intero episodio “Il valore dell’accoglienza nelle Metamorfosi”, nella sezione OVIDIO di questo sito).

Nulla sanno i due anziani della vera identità degli ospiti: loro si comportano come se avessero davanti persone che hanno bisogno di ospitalità e per questo hanno bussato a quella porta. Non si interrogano sulla utilità del loro donarsi e  sul compenso che potrebbero richiedere. Dànno come chi vede nell’altro un fratello, più che un dio. E chissà quante altre volte hanno dato senza risparmiare per sé. La loro dimora è spaventosamente misera, ma non del tutto da non poter contenere quel poco che servirà per ristorare gli ospiti. Finanche un letto, il loro letto, mettono a disposizione.  Splendido esempio di sobrietà e di ricchezza spirituale, quando gli dei si disvelano ai loro occhi non implorano doni e ricchezze, ma si crucciano sul modo nel quale dovrebbero ospitare degli dei. Rigorosamente vegetariani, Filemone e Bauci giungono a voler sacrificare per un banchetto necessitato dalla presenza divina l’unica oca che hanno, che però sfugge loro (con una gustosa descrizione di Ovidio) per il tempo necessario a mettersi in salvo dopo le parole degli ospiti che chiedono espressamente di risparmiarla.

Questo lavoro di Donatella Puliga è piuttosto recente e, ciò nonostante non è inquinato dal moralismo che si sente ripetere ogni volta che torna di attualità il tema del dovere morale ed etico di ospitare chi ha bisogno di passare attraverso terre sconosciute. Con molta accondiscendenza ai temi di attualità stretta, si parla in questi mesi di ospitalità per i dolorosi sbarchi di disperati provenienti dall’Africa, per i quali nessuno è chiamato ad impegnarsi in prima persona. E’ lo Stato, è l’Europa, si dice, che debbono intervenire.

L’accoglienza come esame di se stessi e non per elemosina 

Nella classicità, dunque da migliaia di anni, l’ospitare gli dei è, invece, un esame che si propone all’uomo retto. Si ha traccia nell’Odissea degli dei che “facendosi somiglianti a stranieri di terre lontane, si aggirano sotto svariate sembianze fra le città per osservare l’arroganza e la rettitudine degli uomini”. Allo straniero ciascuno si mostra per quello che è, senza filtri e accomodanti rappresentazioni; e da quelle condotte gli dei giudicano la rettitudine, al punto da premiare, appunto non richiesti, Filemone e Bauci. La loro capanna diventa un tempio del quale i due anziani saranno custodi e il loro unico desiderio, quello di morire insieme, sarà esaudito: si trasformeranno senza dolore: “un giorno, mentre sfiniti dagli anni, dalla vecchiaia, stavano per caso in piedi davanti alla sacra gradinata e rinarravano le vicende del luogo, Baucide vide Filemone coprirsi di fronde, il vecchio  Filemone vide coprirsi di fronde Baucide. E mentre già una cima cresceva sui loro due volti, continuarono a scambiarsi parole, finchè poterono, e “Addio, mia metà” dissero nello stesso momento, e la scorza velò e suggellò in uno stesso momento le loro bocche”. Qui si può parlare di Ovidio poeta dell’amore profondo; per questo il Sulmonese avrebbe rivendicato un appellativo che stoltamente gli è stato riservato da molti conformisti per i versi che egli stesso ha confinato nel gioco inutile e che ha rinnegato, distinguendoli dalla creazione artistica che lo avrebbe reso famoso e gli avrebbe fatto superare il tempo. Le “Metamorfosi” si concludono : “E ovunque si estende, sulle terre domate, la potenza romana, le labbra del popolo mi leggeranno, e per tutti i secoli, grazie alla fama, se qualcosa di vero c’è nelle predizioni dei poeti, vivrò”; non si concludono così gli “Amores” o l’”Ars amandi”.

Prima del cristianesimo una società interclassista

Un potente messaggio viene inoltre dall’episodio di Filemone e Bauci: il riscatto, la benedizione degli dei, può riguardare di più e meglio le persone di miserrime condizioni sociali. L’apertura verso il prossimo e, quindi, fuor di metafora, verso gli dei, il dono senza condizioni è frutto di una forma mentale che si abbina alla povertà: questo Ovidio sottolinea senza neppure sapere che quattro anni prima delle sue “Metamorfosi” era nato Gesù Cristo. Il messaggio di dedizione era parte ed essenza della Romanità, che forse per questo ha conquistato il mondo ed affascina ancora oggi i popoli protesi più alla ricerca del vero che dell’apparenza. Una vera società che aspirava all’interclassismo è quella che sgorga dal disegno di un poeta che sapeva essere elegante, ma che guardava soprattutto alla sostanza. Da allora, dall’episodio di Filemone e Bauci, l’altruismo è diventato componente del mito.

PULIGA “Ospitare dio – Il mito di Filemone e Bauci  tra Ovidio e noi”, Il melangolo, Genova, 2009, pagg. 1-238, euro 18,00

Nell’immagine del titolo: Filemone e Bauci, Bottega di Rubens, olio su tela, 1620 circa, Vienna, Kunsthistorisches Museum