PATRICELLI RACCONTA IL VOLONTARIO DI AUSHWITZ

627

15 GENNAIO  2012 – E’ di un giornalista pescarese de “Il Tempo”, Marco Patricelli, un lungo viaggio nell’orrore di Auschwitz, condotto secondo un rigoroso metodo storico di analisi dei documenti e di un reperto d’eccezione: il diario o, meglio, le informative scritte da uno che nel lager finì volontario, Witold Pilecki. La traduzione polacca del libro sarà presentata nell’occasione della “Giornata della memoria”, al museo di ebraismo di Cracovia, presente l’autore.

 Patricelli, uno dei migliori giornalisti abruzzesi, realizza un robusto inquadramento delle fasi storiche che portarono alla “soluzione finale”, ma esclude accuratamente di unirsi al coro del “sentito dire” e della facile stimolazione emotiva, visto che può ricavare dal vero quello che succedeva dietro al filo spinato. Le fonti sono i rapporti che Pilecki, ardimentoso ufficiale polacco che vide finire la seconda guerra mondiale quando per la Polonia era appena incominciata e aveva ancora tante energie da spendere da patriota: sono informazioni preziose che arrivano ai comandi alleati per le vie più improbabili e che fanno giustizia di tante frottole negazionistiche. Il mittente sta sempre lì, nel girone dantesco, con appendici “che neppure Dante avrebbe potuto immaginare” (così si conclude il lavoro di Patricelli) tanto beffarda fu la storia del secondo conflitto mondiale e del suo seguito.

Il particolare inedito di quel campo di immondo sterminio sta nella semplicità con la quale Tomasz  Serafinski (nome d’”arte” del ten. Pilecki) annuncia il suo proposito di evadere, concludendo la fase di volontariato nel campo perchè la sua missione era da considerarsi esaurita dopo due anni di permanenza rocambolesca e fortunosa. “Sono qui da due anni e sette mesi. Ho concluso il mio lavoro. Ultimamente non ho ricevuto istruzioni. Adesso i tedeschi hanno portato via i nostri migliori uomini con i quali ho lavorato. E’ necessario ricominciare. Penso che la mia permanenza qui, ora, sia inutile. Quindi devo andare via” afferma il Serafinski, e non lo fa sotto l’effetto delle febbri tifoidee che l’avevano assalito qualche tempo prima. All’ufficiale che aveva sgranato gli occhi a sentirlo parlare così e che gli aveva mestamente chiesto se si potesse uscire a piacimento da qual posto, il “più coraggioso tra i coraggiosi”, come lo definisce Patricelli, risponde con disarmante sicurezza ed asciuttezza : “Sì”. Ed infatti di lì a poco riassapora la libertà alla quale aveva rinunciato facendosi arrestare.

Aveva un ottimismo che veniva dal suo temperamento, dalla sua concezione etica della vita, probabilmente anche dalla conoscenza di un dato che di Auschwitz non è stato mai sufficientemente descritto: il gioco di corruzioni, di “raccomandazioni”, di immondi compromessi che stava alla base anche delle possibilità di sopravvivenza e della fuga, un altro scenario dell’inferno, che componeva un quadro ancora più allucinante perchè l’abominio non era neanche uguale per tutti. Per Pilecki questi “meccanismi” non furono decisivi: era assistito dalla fortuna, che non si può tentare se non si rischia e che solo per questo può aiutare chi è audace. Fortuna che non riuscì a sottrarre un ancora giovane “eroe” polacco da un vile colpo di pistola alla testa, con il quale l’omologo regime sanguinario del Novecento, quello comunista, nel 1948, in una oscura cella di una delle tante carceri nelle quali fu rinchiusa mezza Europa prima dell’erezione del “muro”, pose fine alla vita di Pilecki e all’ottimismo della speranza con il quale egli era sempre vissuto compiendo imprese impossibili. Un’ altra impresa (oltre a quella di pretendere giustizia da un regime comunista) non era riuscita a Pilecki durante la sua prigionia volontaria: la sollevazione del lager, che pure aveva “scientificamente” preparato per il caso nel quale gli alleati avessero bombardato i forni crematori, dei quali di certo non potevano ignorare la presenza, dopo i suoi rapporti precisi. Forse anche per questo la sua missione era finita. Ma gli alleati perchè non bombardarono?

PATRICELLI  M., Il volontario – Laterza , 2010, pagg 301.

Please follow and like us: