QUANDO UNA DONNA TRADISCE LA COLPA E’ SOLO DEL MARITO

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E’ sempre colpa della moglie, se questa tradisce? Ovidio la giustifica e forse anche per questo gli è stata affibbiata la nomea di poeta licenzioso, quando arriva a giustificare con le lunghe assenze del marito tradito le conseguenze perverse del… non amore. Il vate sulmonese, in effetti, dice che talvolta è solo colpa del marito. Quando dice questo Nasone entra in contrasto con la mentalità giuridica romana, secondo la quale l’adulterio poteva essere solo quello della donna. Ma non lo fa per esaltare la rilassatezza dei costumi o per affermare principi controcorrente. Recenti studi hanno permesso di accertare che il messaggio di Ovidio era ben altro, quando parlava del tradimento di Elena con Paride e della conseguente ira di Menelao, che scatenò la guerra di Troia. Ancora una volta, emerge l’immagine di un Poeta fortemente impegnato sul terreno politico, per lanciare dardi contro la moglie di Augusto (indirettamente) e contro Tiberio (direttamente), che non voleva come successore del grande “princeps”, preferendogli decisamente Germanico.

Vanno tutte rilette le rime nelle quali molti hanno voluto individuare l’esaltazione del tradimento fine a se stesso. Non era ancora Basso Impero quello che Ovidio (nella foto a fianco la statua davanti al municipio di Costanza, identica a quella di Piazza XX Settembre a Sulmona) auspicava e di certo non intendeva farlo proprio chi ha poi scontato con la relegazione a Tomi la sua ferma opposizione a Livia, vera imperatrice e donna dai mille traffici; sostegno di Augusto nella grande opera riformatrice di un intero Impero, ma anche tessitrice di trame per la vittoria finale di Tiberio.

Così, Nicoletta Berrino nel suo “Tiberio e l’ironia di Ovidio” (Edipuglia, 2010, pagg. 45-94) sottolinea che quando Ovidio domanda come Menelao potesse stupirsi del tradimento di Elena, lasciata da sola con un “non rusticus hospes” (cioè con un ospite, Paride, tutt’altro che rozzo e, quindi, gradevole) lo dice proprio negli anni del tradimento di Giulia, figlia di Augusto, verso Tiberio, che si era intestardito a starsene da solo a Rodi: guarda caso proprio come aveva fatto Menelao lasciando campo libero a Paride. Il parallelo è talmente diretto e ingombrante che la casa imperiale, oggettivamente, non poteva sopportare tante e tali allusioni, E lo scandalo, quello che costò la relegazione di Giulia, si allargò fino a coinvolgere Iullo Antonio, figlio di Marco Antonio, tanto da condurlo alla morte in giovanissima età, perchè condannato a morire (secondo Tacito) oppure suicida (secondo altri). E’ vero che Giulia non andava tanto per il sottile e non si era proprio fermata ad un amante, annoverando anche quattro nobili di stirpe consolare (Tito Quinzio Crispino Sulpiciano, Tito Sempronio Gracco, Appio Claudio Pulcro e Cornelio Scipione), ma stare a rivangare, tra i molti, proprio il tradimento di Menelao così sovrapponibile a quello di Tiberio è apparsa una sottolineatura fin troppo densa di significato.

Un valido riscontro a questa ipotesi la prof.ssa Berrino individua anche in quello che dalla relegazione in Romania Ovidio scrive, non pentito affatto del suo schierarsi a favore di Germanico e, anzi, auspicando ancora, fino all’ultimo, fino a quando il valorosissimo condottiero non scomparve, che la corrente cosiddetta filo-antoniana prevalesse su quella Claudia. E nelle “Epistulae ex Ponto” Ovidio, scrivendo a Salano, amico suo e di Germanico, torna ad esprimere la speranza della successione di Germanico al principato interpretando quello che secondo lui è il sentimento popolare: “Perciò che amico ti resti chi ti dà lustro fino all’ultima ora della tua vita, e guidi il mondo con le sue redini: questo io prego e prega lo stesso la gente con me”.

Non si dissolve con il passare di due millenni l’interesse per la vicenda umana e politica di Publio Ovidio Nasone: dal contributo di nuovi studi risulta tratteggiata una persona che non ha fatto della poesia il fine stesso della vita, sebbene per la poesia egli sia conosciuto ancora adesso in tutto il mondo: egli è vissuto nella società ed ha preso posizione, ha combattuto ed ha ottenuto onori e sconfitte. Quindi è stato un uomo completo, come Dante e come tutti quelli che non hanno piegato ai piaceri e al benessere la propria anima fino ad annullarsi.

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