Tracce di terremoto nelle tessere dei mosaici

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mosaico Sulmona ha parlato anche dei suoi terremoti più antichi, di quelli che non hanno lasciato traccia chiara nelle cronache, ma che, per i segni impressi nelle architetture e nei monumenti, debbono aver raggiunto intensità e dannosità molto più elevate di quelle dei secoli successivi.

 Il pensiero va subito alla famosa faglia del Monte Morrone, che sarebbe immobile da circa duemila anni e che, secondo alcuni, potrebbe ridestarsi pur senza precursori che mettano in allarme la popolazione. Dovrebbe essere stata proprio quella faglia a frastornare i cittadini peligni, da poco Romani, e a distoglierli da tutte le loro occupazioni, persino quelle religiose, come dimostrano i danni irreversibili riportati da molti templi.

 L’occasione di parlare di avvenimenti così antichi  è venuta da una conferenza presso il Palazzo Sardi. Ad illustrare i risultati di pazienti ricerche, svolte sulle pietre come si legge un tracciato di un sismografo, è stata la Dott.ssa Emanuela Ceccaroni, funzionaria della Soprintendenza di Chieti.

“Nel quadro della collaborazione tra l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo – ha esordito la Dott.ssa Ceccaroni –  durante scavi archeologici effettuati a partire dal 2004, sono state condotte indagini geoarcheologiche in prospettiva archeosismologica, finalizzate ad una migliore definizione delle tracce dei terremoti del passato su siti archeologici del territorio abruzzese interno”.

“In questo ambito – ha proseguito – sono state eseguite indagini in riferimento a tre distinti eventi sismici distruttivi: 1) il terremoto che nel II secolo d.C. ha coinvolto l’area di Sulmona; 2) quello che ha interessato la regione marsicana nella Tarda Antichità; 3) l’evento che, sulla base delle ricerche paleosismologiche e delle informazioni archeologiche, potrebbe aver interessato la Valle Subequana intorno al II secolo a.C..

“Nello specifico, i dati archeologici rivisti o di nuova acquisizione nell’area di Sulmona (Santuario di S. Ippolito e area archeologica Piano S. Giacomo a Corfinio; santuario di Ocriticum/Cansano; centro storico e santuario di Ercole Curino a Sulmona; iscrizione da Interpromium/Tocco Casauria; Iuvanum; Marruvium/San Benedetto dei Marsi), indiziari dell’occorrenza di un forte terremoto nel II secolo d.C., confrontati con i risultati delle indagini geologiche, hanno permesso di ipotizzare che l’origine dell’evento sismico sia legata all’attivazione del sistema di faglie del Monte Morrone.

“Per quanto riguarda la Marsica, le evidenze archeosismologiche (Avezzano, Alba Fucens, San Benedetto dei Marsi) sembrano corroborare le informazioni derivate dagli studi paleosismologici che attribuiscono al V-VI secolo d.C. l’attivazione del sistema di faglia del Fucino, responsabile in tempi più recenti del terremoto del 1915.

“Infine, ricerche geologiche condotte nella Valle Subequana, in particolare lungo la faglia del Monte Urano, unite ai dati archeologici derivanti dallo scavo dei due templi di Castel di Ieri, suggeriscono che l’area sia stata interessata da un terremoto distruttivo avvenuto intorno al II secolo a.C., in seguito all’attivazione della suddetta faglia.

La complessiva considerazione di tutti i risultati ai quali si è potuto pervenire fa ritenere che:  “le indagini archeosismologiche rappresentano un contributo sostanziale all’arricchimento delle conoscenze sulla sismicità antica del territorio abruzzese. In prospettiva sismogenetica, l’importanza di queste ricerche è aumentata dall’integrazione con i dati geologici relativi alla caratterizzazione dell’attività delle faglie. Dal punto di vista archeologico, i dati archeosismologici rappresentano altresì un contributo irrinunciabile per la ricostruzione della storia dei siti” ha concluso la Dott.ssa Ceccaroni.