E’ un Ovidio sconvolto dal rancore quello che prende lo stilo per aggredire un nemico del quale non vuole neppure fare il nome, limitandosi per ora a indicarlo con il nome di un uccello, Ibis. Proprio il poeta che ha scritto gli “Amores” e altri canti immortali di slancio incondizionato, quello che ha perdonato anche le donne che gli hanno mentito e lo hanno deluso, oppure che ha implorato il perdono dell’Imperatore, ora prende di mira un vile nemico che lo insulta nel foro mentre egli è costretto alla relegazione di Tomi, dove si dice sorga il vento gelido di Aquilone. Sa bene di non essere in grado di condurre una guerra, perchè nell’odio egli non ha fatto esperienza; e userà addirittura strumenti inadeguati. Ma poi sarà in grado di colpire con maestrìa, reso audace ed esperto dalla insistenza con la quale il nemico pretende di distruggerlo mentre egli non si può difendere a Roma.
Fino ad ora, compiuti i cinque lustri per due volte ormai,
inerme fu ogni carme della mia Musa, e lettera
alcuna di Nasone tra le tante migliaia non esiste
che macchiata di sangue appaia a chi la legga.
Nè i miei piccoli libri altri che io non fossi hanno offeso:
l’artefice, lui stesso, perì con l’Arte sua.
Un uomo solo, e questo è un grande torto, quel mio vanto
eterno di candore non lascia che io conservi.
Chiunque egli sia (poichè in ogni caso ne tacerò il nome)
me inesperto costringe a prendere le armi.
Non lascia egli che io, relegato al gelido levarsi
di Aquilone, nascosto, in questo esilio viva,
e graffia, lui crudele, quelle ferite che chiedono requie,
e il mio nome per tutto il foro va gridando
e colei che l’eterno patto del letto lega a me, non vuole
che pianga i funerali dell’infelice sposo.
E quando le percosse membra della mia nave abbraccio, egli
le plance del naufragio a me contende, e lui
che doveva estinguere quelle fiamme improvvise, va cercando
di strappare la preda all’interno del fuoco.
Vuole che io, esiliato e già vecchio sopporti anche la fame.
Ahimè quanto più merita di me le mie sventure!
Meglio gli dèi, dei quali di gran lunga il più grande per me è quello
che non volle a me esule togliere ogni risorsa.
A lui renderò grazie ogni volta che mi sarà permesso
per il molto indulgente suo cuore. Il Ponto
mi ascolterà e lui stesso forse farà così che a una terra
più vicina io possa appellarmi. Ma a te,
che, spietato, mi calpestasti ormai giacente a terra,
se mi è dato, ah, mi avrai, com’è giusto, nemico.
L’acqua non sarà più contraria al fuoco e uniti anche i raggi
del sole alla luna saranno, e la stessa
parte del cielo Zefiri e Euri emetterà, e il tiepido
Noto dall’asse gelido soffierà, e una nuova
concordia nascerà da quel fumo fraterno che un’antica
collera sull’accesa pira divide, e insieme
confusi primavera con autunno, e inverno con estate,
saranno, e un luogo stesso sarà oriente e occidente,
prima che tra noi torni, deposte quelle armi che prendemmo,
l’amicizia, che, empio, rompesti col tuo agire.
Finchè vita mi resti, tra noi due ci sarà la stessa pace
che è solita tra i lupi e il timido gregge.
Io ti darò battaglia col verso che ho adottato, anche se è vero
che con questa cadenza non si usa fare guerra,
ma come del soldato non eccitato ancora va la lancia
dapprima al suolo pieno di biondeggiante arena,
così io non ancora ti colpirò con l’affilato ferro, e l’asta
non punterà da subito alla tua testa odiosa,
nè in questo mio libello dirò quello che hai fatto e il tuo nome,
lascerò che per poco tu nasconda chi sei.
Più tardi, se ti ostini, il mio intrepido giambo invierà frecce
contro di te, intrise del sangue di Licambe.
Ora, a quel modo stesso in cui il Battiade maledice Ibis
a quel modo io te e i tuoi maledico,
e, come lui, i miei versi avvolgerò di leggende oscure
sebbene non sia solito questo stile adottare.
Si dirà che ho imitato i toni ambigui propri del suo Ibis,
il mio gusto dimenticando e le mie scelte
e poichè non ancora rivelo a chi lo chiede quale sei
questo nome di Ibis abbi anche tu per ora
e così come avranno i miei versi qualcosa di notturno,
buia sia la tua vita lungo tutto il suo corso.
E nel tuo anniversario o alle calende di Giano fai
che qualcuno, incapace di mentire, mi legga.
Dèi del mare e dèi della terra, e voi che, più felici,
regnate insieme a Giove tra l’uno e l’altro polo
qui, vi prego, volgete tutti i vostri pensieri qui e lasciate
che tutto ciò che spero possa avere un peso.
E tu stessa, tu, terra, e tu mare insieme ai tuoi flutti,
e tu, sublime Etere, le mie preghiere accogli
e voi stelle e tu raggiante immagine del sole, e luna
che risplendi da un’orbita a sé non mai uguale
e notte paventata per le spettrali tue tenebre e voi
che col triplice pollice filate il vostro stame
e tu che per le valli infernali con orrendo frastuoso
scorri, fiume di un’acqua su cui non si spergiura
e voi di cui si dice che, attorno un serpente tra i capelli
e le bende, sediate presso le oscure porte
di un carcere, e anche voi plebe dei Superi, Fauni e Satiri
e Lari, Numi, Ninfe, stirpi di semidei
vetusti e nuovi dèi dal Chaos antico al nostro tempo, infine
assistetemi mentre spaventevoli canti
sull’infido suo capo risuonano e l’ira e il dolore
fino al termine svolgono i loro ruoli. Tutti
acconsentite, uno dopo l’altro alle mie speranze e parte
alcuna del mio voto non resti inadempiuta.
Che quello per cui prego ed egli creda che del genero
di Pasifae, non mie, siano quelle parole.
E anche quelle pene a cui sarò sfuggito, egli sopporti:
la sua infelicità vada oltre ciò che penso.
E che non meno nuocciano a un finto nome i miei voti esecranti
e non meno commuovano i grandi dèi. Costui
io maledico, io, che come Ibis lo sento, lui che sa
di meritare imprecazioni con il suo agire.
Quei voti formulati, subito compirò da sacerdote,
e voi, chiunque voi siate, pronunciate quelle lugubri
parole, e di pianto madidi, avvicinatevi
a Ibis con infausti presagi, accorrendo con il piede
sinistro e nere vesti coprano i vostri corpi.
E anche tu, perchè tardi a prendere le mortuarie bende?
L’altare del tuo rito è già alzato, lo vedi.
Pronta è la processione: non vi sia indugio ai miei funesti voti.
Offri, vittima orrenda, la gola al mio coltello.
La terra le sue messi ti neghi, e il fiume le suo onde,
ti neghino la brezza e il vento i loro soffi,
non abbia lume il sole per te nè luce alcuna abbia Febe
e le fulgide stelle deludano i tuoi occhi,
non il fuoco nè l’aria si offrano a te, e non vi sia terra
nè vi sia mare alcuno che ti apra una strada.
Che tu esule, senza risorse vada errando per le altrui
soglie, e chieda con labbra tremanti un po’ di cibo
e affranti da un dolore che fa piangere siano corpo e mente
e la notte più dura sia del giorno e il giorno
della notte, che misero tu sia sempre, ma non di pietà degno,
che dei tuoi mali esultino la femmina e il maschio!
Si aggiunga alle lacrime l’odio, e nonostante i molti guai
sofferti ti si giudichi degno di averne ancora.
Se, ciò che è raro, sia venuto meno il consueto favore,
alla vista invidiabile che è della tua fortuna
che tu abbia ragione di morire, ma te ne manchi il modo
e alla vita che vuoi la morte ti sottragga,
che dopo lunga lotta il tuo respiro abbandoni le membra
straziate da una lenta, torturante agonia.
Avverrà. Febo stesso mi ha dato or ora segni del futuro
e alla mia sinistra mesto volò l’uccello.
Sì, io sarò sicuro che quanto spero muoverà gli dei
e che della tua morte, perfido, la speranza
sempre mi nutrità e questa vita mia, da te assalita,
porterà via quel giorno che tardi per me viene
prima che la distanza faccia svanire questo mio dolore
e che l’ora e il tempo leniscano il mio odio”.
Traduzione di Gabriella Leto – Ovidio – Opere- Vol. I – Einaudi – Biblioteca della Pleiade – Torino 1999






