A COLLOQUIO CON FRANCO CERCONE DOPO LE BRUTTE NOTIZIE NEL SETTORE ENOLOGICO

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ORA LA FANTASIA DEVE DARE UN NUOVO NOME AL MONTEPULCIANO D’ABRUZZO

Chiuse le industrie, soprattutto quelle che non avevano radici nella tradizione sulmonese, ora neanche nelle materne braccia dell’agricoltura si può rifugiare l’economia peligna: infatti viene limitata anche la denominazione del “Montepulciano d’Abruzzo” (peraltro imperiosamente affermatosi nell’ultimo decennio) e i prodotti delle viti oltre un certo livello di produzione dovranno cercarsi un altro nome.

E’ come dire che debbono rinnegare i padri; ma, oltre a questo aspetto emotivo, c’è un giro di affari che rischia di finire in tragedia, perché per il commercio di un vino il nome è tutto, o quasi.

Parliamo con l’avvocato inconsapevole del Montepulciano d’Abruzzo, il prof. Franco Cercone, che a quel nome ha dedicato studi di interi decenni ed anche un libro elegante e dotto : “La meravigliosa storia del Montepulciano d’Abruzzo”:

Senza che io sapessi niente – annota mite e remissivo – quel libro fu depositato insieme alle difese del nostro vino abruzzese (e soprattutto peligno) quando, nel 2007 sia la Regione Abruzzo, sia il Ministero delle politiche agricole si dovettero difendere a Bruxelles contro la pretesa della provincia di Siena e del Comune di Montepulciano di inibire la già radicata denominazione. In effetti, c’era materiale sufficiente per convincere i “giudici” della immedesimazione tra quel tipo di vitigni e l’area del centro-Abruzzo. Gli stessi senesi, a ben guardare, non avevano portato alle stelle il nome del “Montepulciano”, perché da fonti storiche si ricava che esistevano vari “montepulciani”, cioè i vitigni che si coltivavano in quella zona. Tra i migliori e più rinomati: il Mammolo, il Prugnuolo, il Pignolo , il Valiano. E arrivarono anche in Abruzzo, forse al seguito dei Piccolomini e dei Medici, tanto che si insediarono nella baronia di Carapelle e nella vicina Capestrano, dove svettano le torri medicee. Tutte quelle argomentazioni, peraltro, non debbono essere state sufficienti ed oggi dobbiamo attenerci alla nuova intestazione che scaturisce dalla necessità di applicare la “Indicazione geografica territoriale”. Vale a dire che non si può prendere una città di una zona geografica diversa e farne il simbolo di un vino. Male è andata anche ai friulani, che hanno avuto una disavventura per il Tocai con la vincente Ungheria, anche se poi hanno rimediato cercando e trovando le iniziali di una poesia per conservare l’acrostico”.

–          Ma adesso proporre una bottiglia con il nome “Terre aquilane” vuol dire perdere i contatti con il pubblico che conosceva un certo vino. E poi la tradizione dell’Aquila nel commercio dei vini, in epoche recenti, può sostenere una diffusione in ristoranti e supermercati ?

“ Nei pressi dell’Aquila c’erano vitigni rilevanti anche in tempi remoti. Per esempio Andrea Bacci, medico personale di Papa Sisto, in una ponderosa opera valida anche sotto il profilo classificatorio, parla del vino bianco dell’Aquila, la cui coltivazione si estendeva fino a Cittaducale. E vino ad una certa altitudine si trovava anche a Cansano, per esempio, dove sono state trovate tracce di disegni e sculture con uve. Si potrebbe chiamarlo Amiternum: non rappresenta tutto l’Abruzzo, ma nessuno potrebbe scipparlo”.

–          Ma poteva avere caratteristiche simili ai vini che oggi sono i più diffusi ?

“ No, certamente, non poteva avere la gradazione che oggi va per la maggiore”.

–          E allora come potremo chiamare un nuovo vino che avrà lo stesso sapore del Montepulciano d’Abruzzo, ma che dovrà avere una indicazione geografica ?

“La Storia, meno male, è anche maestra di… vite. A Sulmona – scartabella con pazienza il prof. Franco Cercone, che alle vesti dell’inconsapevole avvocato del Montepulciano preferisce adesso quelle di un novello D’Annunzio a caccia di immagini e retorica – si produceva un antico vino rosso, eccezionale: la Lacrima. Importata dal Vesuvio e gradita anche a Giulio Cesare, viene citata da Plinio nella “Storia naturale”, ma scompare intorno al 1860”. Non c’è il tempo per sottolineare la non strana coincidenza con la bufera dell’unificazione che Cercone aggiunge : “La ritroviamo nell’agro di Jesi, come unico vino rosso in un mare di vini bianchi, tipici della zona marchigiana. Potremmo ribattezzare il Montepulciano come “Lacrima rosso” e magari affidarci ai riferimenti  all’Impero, alla forza dei Romani. Insomma ci sarebbero elementi per non finire nell’angolo. Qualcosa bisognerà pure trovarla: ne va di mezzo il futuro dei viticultori e delle stesse cantine.”

–          Se abbiamo capito bene, bisogna trovare un nome con un riferimento geografico. Se sulla “Treccani”, alla voce “Italia”, si legge che l’origine sarebbe connessa a Vitelium, antico nome di Corfinio, non si potrebbe puntare direttamente su “Italico”, che sarebbe poi l’equivalente di “Ferrari” per le auto in tutto il mondo ? Altro che “Terre aquilane”…

Esiste già un Italico, ma è un vino bianco. Il problema si risolverebbe, dunque, con  l’aggiunta “Rosso” anche per l’Italico, che evoca in sé doti molto affascinanti, come la forza, la fierezza, la limpidezza (del carattere e del vino, naturalmente), tutte quelle doti che, con rispetto parlando visto che trattiamo pur sempre di un vino, furono riconosciute ai 300.000 morti della Guerra sociale contro Roma, con l’ultimo sacrificio del generale Silone. Ma bisogna fare presto, altrimenti buona parte del vino del centro-Abruzzo rimarrà nelle botti”.

Le botti da quaranta ettolitri di una cantina nel largo del vecchio municipio a Pratola Peligna
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