di Nicola Auciello
Docente di Storia della Filosofia all’Università di Salerno
Alla prima svolta della circonvallazione, appena dopo Porta Napoli, come sgusciando all’improvviso dal torpore nel quale la distrazione degli uomini li fa vegetare, ecco farsi avanti un brandello di muro della cinta antica, il campanile della chiesa di S. Chiara, il ricovero.
Sfiorati dall’occasione inattesa che sembra ridestarli al piacere di uno sguardo amico, si scrollano lesti di dosso il velo opaco imbastito dal rosario di giorni sempre uguali, ravvivano fattezze e colori propri e si dispongono, come se il nostro incontro fosse una festa, ad intonare un inconsueto contrappunto. Il rinnovato biancore calcareo del muro, screziato da sfumature indefinite e impronte sparse di colori già scuriti dalla chimica dell’oblio, fa tremolare le pietre come fremiti superstiti di una tensione ormai spenta, rimanenze scarnite di una dignità che fu. Poco più in là, la rosea delicatezza della tinta che veste il ricovero si accende di un tono più deciso e caldo in quella del campanile, assaporando l’ingenua vanità di far sventolare il suo fiocco vivace sulla mestizia senile del muro, come tenue chiarore di un’aurora che si sporga con crescente letizia oltre la linea grigia dell’orizzonte per annunciare il prossimo arrivo del sole, ignara dei guasti che la sua luce sprezzante procurerà.
Quanto cammino fecero insieme le pietre della cinta, del campanile e del ricovero! Strette da un patto secolare, si sostenevano reciprocamente nella comune fatica di durare. Le mani che si prendevano cura del muro ne ricevevano, in cambio, custodia per i loro beni. Una vita senza comodi si estendeva come poteva nel cavo delimitato da una barriera sicura, un fluido continuo scorreva tra i corsi inquieti della città, i riti della fede e quello scudo fermo e severo. Allo sguardo di un estraneo che allora si fosse trovato a passare da quelle parti, l’intero abitato doveva appariva come un unico corpo raccolto in se stesso, avvolto dal mantello ondulato dei tetti, il respiro scandito dal ritmo consueto del giorno e della notte che apriva e chiudeva le sue porte.
Poi, come i sentieri degli astri, quei destini si separarono. Dimore ricche e povere della città, le vie dei borghi, piazze di mercati e di feste, tutto cominciò a conoscere una vita nuova. Merci, armi, politica, pensieri e speranze presero a spingersi ben oltre difese erette sulla pietra e confini di valle. Il muro ne risentì, cadde in disuso. Scosse e divelte sempre di più le sue radici, patì incuria, demolizioni casuali, ferite volontarie, smembramenti. Avvertì il brivido sconosciuto dell’inesorabile. Come fogliame infreddolito dai primi soffi dell’inverno, le sue pietre residue indossarono vesti scure e disseccate, l’aspetto indurito dalla cera livida dell’agonia. E la muta polvere avrebbe disfatta anche la loro morte civile se quella città, che un tempo esse avevano protetta da offese palesi e occulte, oramai insediata molto al di là del loro stretto perimetro, non le avesse trattenute dentro di sé; mossa non da pietà, la quale avrebbe piuttosto consigliato di inumare quei resti nel silenzio, ma dal bisogno di esaltare il sapore dell’eccesso che l’animava, il gusto per quell’affascinante vastità di orizzonti che era divenuta sua residenza acquisita e mèta da conquistare. Sopraggiunse allora l’ultima cura umana, cerimonia funeraria speciale nella quale si celebrava senza saperlo la potente seduzione della promessa di mondi illimitati. Nella stessa inutilità manifesta di quel brandello di muro si scoprì qualcosa di utile; si lavorò a consolidarlo e a ripulirlo affinché non fosse altro che una levigata rovina, il testimone servizievole di trascorse fioriture, la pietra miliare di una profondità storica. Il suo profilo, fatto risorgere con i tratti ristuccati della sua vecchiezza da un senso dell’avvenire sicuro e orgoglioso di sé, ritrovò un modo di durare oltre la morte. La sua apparizione, che una volta parlava ai vivi dei vivi con la pienezza della sua integrità, era adesso quella di una stele volutamente imperfetta piantata sulle ceneri di una moltitudine anonima, a beneficio della sciamante giovinezza dei moderni.
Muro dolente, stranito sotto il peso del compito sconosciuto che un’attesa superba rivestita di rispetto gli venivano assegnando! D’ora in poi doveva appartenere al presente proprio come una presenza svuotata di ogni linfa vitale, comparire dinanzi agli sguardi come cornice tarlata che rimanda ad una tela trafugata, stare nei pressi dei giorni dell’uomo contemporaneo nel modo di allontanarsi velocemente da essi, fissare in immagine la dissolvenza continua che lo attraversa, tenere sospeso e immobile il suo stesso movimento a ritroso. Muro salvato per l’avvenire come una stabile fuga perenne verso il passato, condannato alla difficile esistenza di un funambolo che debba ripetere senza sosta, e di spalle, la sua corsa all’indietro sulla corda tesa del tempo. Memoria irrigidita in monumento, evocazione senza fine di esistenze finite, gesto pietrificato di misura della storia. Distintivo di gloria per un domani che doveva avanzare come un’onda interminabile, cucito sull’abito di una fede terrena che faceva battere i cuori con lo splendore ultraterreno della sua stessa vaghezza sconfinata.
Adesso, però, sembra che quel muro non tolleri più di starsene nei termini che un ardore umano gli ha assegnato. Trascorsi i tanti lustri della prima esaltazione, la fissità della sua corsa verso il passato traligna, si espande intorno come un nascosto contagio e corrode quello stesso slancio verso un futuro senza fondo nel quale si volle incastonarla come un brillante prezioso. Due opposte fughe temporali, divergendo visibilmente, si ritrovano ormai ricomposte sotto la durezza invisibile di una medesima fatalità: dove l’una è congelata, anche l’altra lo diventa; dove l’apertura al passato è stata impacchettata in materia solida rimessa a nuovo, anche quella verso il futuro ricade su se stessa estenuata, esaurita dalla propria inesauribilità, corrente cristallizzata in vetro stregato. Diramandosi in direzioni opposte e complementari, le due fughe si accordano l’una all’altra come lineamenti stilizzati di un unico volto: quello di un presente immobile, sospeso tra quei due trampoli come uno spettro colto di sorpresa dalla propria vacuità. Nella tinta rosea del ricovero non affiora più la tenue delicatezza dell’aurora di una nuova epoca che si va sciogliendo con entusiasmo dal vincolo secolare con un muro sfibrato e declinante, ma il tono scolorito di quella promessa di novità contratta nella sua spinta iniziale; non l’annuncio di un giorno radioso, ma il pallido resto di un calore che non cessa di estinguersi nell’imprevista timidezza di una forza che comincia a scoprire la propria impotenza. Un decorso cromatico si capovolge: non muove più, come prima, crescendo dal velo roseo sfumato del ricovero verso l’intensità pastosa del campanile, ma decresce da questa come sangue che si diluisca in tintura svigorita e acquosa. Giù in basso, una vecchiaia umana anemica e solitaria trova riparo nelle stanze di un’antica carità, alle quali il lessico di un eufemismo di facciata dà oggi il nome dolciastro di “residenza per anziani”.
Senza clamore, il muro ha consumato la propria vendetta. Ciuffi d’erba spontanea, tornati dopo la ripulitura a popolare il suo biancore orizzontale, incidono tra le pietre il disordine di un sarcasmo selvatico.
Tempo statico delle due fughe, immobile presente che rimesta volontà ansiose e senza presa, regno del sortilegio e dell’inazione. Non che gli uomini dei dintorni non si muovano più come hanno sempre fatto, anzi, la velocità cresce come dovunque sotto il pungolo di urgenze incalzanti. Ma la chiarezza dell’immobile cristallo, in cui il tempo ha piombato i suoi flussi, confina tanta mobilità spumeggiante della vita nello spazio angusto di un’agitazione circolare e stagnante, simile al ronzare vorticoso di insetti sulla superficie di acque paludose. Tempo che predispone gli uomini a scovare mille e mille artefatti ingegnosi per sopravvivere oltre ogni termine, sottraendo loro la capacità di rinnovare una piena confidenza col senso della Terra: quello che ci accomuna nella nascita che si riceve, negli amori che si donano, nella passione per un sapere che nobiliti il poco che siamo e in una morte degna di essere accettata. Quello, si direbbe, di un tempo che non divora le vite per ingoiarle in un gorgo infinito, ma le riempie con possibilità scaturite e misurate dalla loro stessa finitezza.
Il tempo sospeso che sovrasta come una lamina di cristallo il muro della cinta antica, il ricovero e il campanile di S. Chiara, tessuto dalla movenza sottile della sua stessa divergenza, gioca con gli occhi una partita ambigua come uno specchio magico: riflette in superficie l’immagine degli uomini così come sono adesso e come credono di dover essere per sempre; ma, insieme, facendo trasparire dal fondo un’ombra di straniante immobilità, accenna a quella di una vita capace di redimersi dall’incantesimo che la domina. Conferma da vicino la certezza di un futuro aperto senza limiti che si nutre volentieri con l’onore monumentale reso ad un passato amministrabile, ma da lontano invita anche a slargare l’orizzonte chiuso che imprigiona le sue fughe in una maschera bifronte di gesso. Con discrezione, con tono sommesso, parla agli uomini del compito di una decisione sul loro modo di stare al mondo.
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Sembra che la fisionomia ambigua di quel tempo statico, segreta e sfuggente com’è, voglia talvolta levarsi in alto per rapprendersi in un corpo più arioso, quasi mossa dal desiderio di affidare a caratteri lucenti la scrittura della sua parola sommessa. Alle spalle del muro di cinta, il campanile della chiesa s’innalza come un indice puntato con speranza verso il cielo. La pianta squadrata dei primi tre ordini, ripetuta in parte nelle aperture laterali, gli conferisce tutta la salda fermezza che occorre alla fede per illuminare i passi della vita sulla Terra. Più su, la cupola si conforma allo stampo architettonico che la sorregge per fluidificare subito la sua asciutta geometria dando seguito all’invito che si trasmette dal quarto ordine, piegandola in volute sinuose regolari che le danno l’aspetto di una fiamma baciata dal vento, dove la fede trova il suo simbolo più elevato in un amore che brucia per ricongiungere la creatura al suo Dio.
Ma a volte capita che una luce pomeridiana vellutata dai primi respiri dell’autunno smussi gli spigoli di quelle pieghe, appiani il rilievo delle fasce angolari e scolpisca la cupola in una figura assai diversa, integrando le sue superfici in un unico volume pieno e tondeggiante. Solo che gli occhi, una volta assuefatti a vederla così mutata in carezzevole morbidezza dal favore di una luce complice e rara, non riescono più a liberarsi di un curioso imbarazzo. Non sanno se il profilo curvo e rotondo della cupola corra dal basso verso l’alto o viceversa; se descriva uno slancio che trascina con sé la compattezza terrestre del campanile, oppure il moto di una caduta che fa defluire il panneggio leggero della sommità della costruzione nella gravità scheletrica della sua pianta squadrata. Provano a stare fermi sulla cupola, distogliendo lo sguardo dal resto del campanile; ma proprio allora sentono che l’imbarazzo aumenta, che l’indecisione dilaga riversandosi in un groviglio figurale di sogno. Ora appare loro il profilo di una giovane donna che nel suo ventre panciuto presta naturalmente le sue cure ad una nascita prossima, preparandosi ad accoglierla con l’intatta snellezza dei fianchi e dei seni; ora, invece, quello di una donna ormai sfiorita, nella quale l’ardore sensuale e materno dei seni si va sfiancando in un ventre ingrossato, tratteggio pesante di una lunga senescenza.
Un’unica piega voluminosa, due immagini di donna assai diverse, la stessa immobile confluenza di opposte geometrie esistenziali del corpo. Gli occhi ondeggiano tra visioni che volteggiano in aria alternandosi, desiderano chiarezza, cercano ancora un punto stabile sul quale appoggiarsi. Per un momento credono di trovarlo lì, affacciandosi su quello sfondo spazioso che sembra dominare invariato la danza capricciosa della visione: lo slargo della valle, il pendio scosceso dei monti.
Ma proprio quando si posano fiduciosi su quella scena distante, ecco che anch’essa comincia a scuotersi, a volteggiare in un’ampia geografia incerta e fluttuante. Ora è il fondo della valle che sale lungo il fianco dei monti, aggrappandosi con ardimento alle loro vette millenarie per darsi forza, colmando tanta estensione verticale con la familiarità delle opere quotidiane, dei transiti, della conoscenza di nomi e varietà dei luoghi, a volte con i momenti più rari dell’ascesi monastica e col più intimo sentimento di mistero della vita. Ora, invece, sono i massicci rocciosi e l’oscurità dei boschi che discendono come un’onda imponente di riflusso, muta e inquietante come un agguato, che sovrasta e rinchiude, che delimita la volta del cielo e incute timore in basso. Ora la valle è uno squarcio della Terra che nei monti protende le sue braccia aperte in un impulso di energia creativa, ora essa sembra un’ultima cavità dove la vita si acquatta insicura ai piedi di una schiera di demoni barbuti di pietra, dura ed ormai estranea alle sorti umane, minacciosa.
La valle, i monti… Una coppia sicuramente inseparabile, sempre fatale per chi si faccia trascinare a dimenticarlo. Ma il senso di quel legame così intimo sfugge, si perde nella confusione in cui ristagnano le possibili direzioni del suo movimento.
Spinti dall’imbarazzo ad oltrepassare con un salto la cupola del campanile, gli occhi incontrano dipinta sulla scena lontana la stessa ambiguità che volevano evitare nelle immediate vicinanze. Perplessi, tornano indietro, al di qua del trittico di S. Chiara; socchiusi in una semioscurità pensante, ascoltano. Un’unica voce costante, un medesimo richiamo colgono dal comune stato indeciso che aleggia sulle cose. Un monito rivolto ai tanti uomini debilitati dalla soddisfazione per l’oggi, un invito a coltivare lucida ostinazione della mente diretto a quelli di buona volontà. Per tutti, un sollecito a non accomodarsi per pigrizia su mezze libertà già fatte, l’esortazione a non campare soltanto, a riscoprire nell’abisso indefinito e neutro del cielo il compito rischioso di darsi un destino, di liberare il tempo della vita.







