IN BICICLETTA TRA I MAESTOSI DIRUPI E LE FONTI MIRACOLOSE DELLA STATALE 17

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Dagli Appennini che puzzano di pesce alla riscoperta di itinerari idilliaci – Sorprese, incanti e stravaganze lungo la Via Napoleonica

25 LUGLIO 2010 – Con una certa curiosità e con molta pazienza si intercettano aspetti ameni delle comunicazioni commerciali.

Per esempio, si scopre una certa risalita dei monti che compie il pesce dell’Adriatico per essere venduto come pesce di Napoli. Basta non fermarsi distrattamente a prendere acqua nella fontana di Ponte d’Arce, vicino a Pettorano sul Gizio. Del resto, si deve essere molto distratti per non sentire il fetore di pesce guasto o in decomposizione, tipico delle spiagge libere, dove i bagnini non passano a ripulire i residui delle mareggiate. A due passi dal Monte Genzana, quando le prime salite inaugurano l’ultimo tratto abruzzese della “Strada degli Appennini”, attuale statale 17, sembra oggettivamente strano che si senta odore di pesce, per di più su una piazzuola di sosta che sta sulla corsia di marcia da Sulmona a Napoli: sull’altro fronte, sarebbe tutto spiegabile. A questo primo indizio si aggiunge l’osservazione di diversi camion-frigorifero, dai quali si spargono abbondanti flussi di acqua più o meno chiara: che siano liquidi degli impianti refrigeranti oppure ghiaccio che si scioglie, si riversano sull’asfalto e si asciugano al sole di agosto. Il tempo per gli autisti di ristorarsi alla fontana dalle mille virtù e i camion ripartono, ma qualche ora dopo i miasmi arrivano fino alla strada ed è veramente arduo pensare che le verdi montagne del centro-Abruzzo possano proporsi come itinerari turistico-ecologici. L’arcano è spiegato con qualche semplice interrogazione delle persone del posto. Non sono liberi salmoni a risalire le montagne, ma pesce di vario tipo e forma, preso nell’Adriatico, un po’ su tutta la costa, ma in particolare nella zona di Pescara e nelle Marche, che si avvia nel Golfo vesuviano, magari senza certificato di origine, ma con una scia di odori che traccia più della bava di lumaca. Tutto intorno, nella stessa piazzola di sosta, i segni di un rapporto guasto con la natura: vegetazione spontanea straripante e non repressa, bottiglie di plastica, lattine, buste, che rimangono per mesi e tornano alla luce con qualche sporadico taglio: insomma tutto quello che contrasta con il cartello di valorizzazione turistica della “riserva dell’Alto Gizio”, sistemato a pochi metri dalla fontana dall’acqua miracolosa, solenne con la sua indicazione della data dell’era fascista, ma sbrindellata in più punti.

Lo scenario migliora di molto salendo oltre Pettorano: cominciano i primi viadotti, che si innalzano fino a dare l’impressione di colloquiare con il Gran Sasso, ma si sta ancora ben al di sotto dei mille metri che si raggiungono solo a Roccapia. Il panorama dà molti punti ai pur celebrati spettacoli delle Dolomiti: perché il verde è intenso e variegato, perché le tracce dell’uomo sono garbate e pure confortano chi apprezza un minimo di antropizzazione, come quell’esile, ormai, filo della “Napoleonica”, nella montagna opposta, scavato tra le piante, oppure come quello che resta dell’asfalto rosicchiato della prima versione della statale 17, quella percorsa fino al 1972. A percorrerli in bicicletta, poi, quei viadotti non nascondono gli spettacoli degli abissi che spaventavano i viaggiatori dei tempi di Edward Lear, nell’Ottocento, ma anche quelli del Cinquecento, tra i quali sembra ci sia stato anche Leonardo da Vinci. Sono i dirupi che hanno segnato la leggenda di Rocca Vallescura (come si chiamava Roccapia) e che si scoprono stando appena seduti su un sellino di bicicletta, invece del solito sedile d’auto al di sotto delle fasce dei guard-rails, quelle rialzate da qualche anno per proteggere anche i tir.

E’ un tragitto da fare solo di domenica, quando il traffico pesante tace: le gallerie non sono il massimo della sicurezza per le biciclette. Alcune sono anche prive di illuminazione e, d’estate soprattutto, la differenza di luce è troppa per distinguere, all’imbocco, la sagome del ciclista. Quella più lunga, che sbocca sul Piano delle Cinque Miglia, poi, è un inferno di rimbombi di motori ed è dotata di lampade da piena crisi energetica. Conviene, dopo Roccapia, lasciare la superstrada ed inoltrarsi nel vecchio tragitto, che ormai si imbatte in pieno nel giovane bosco di faggi; bisogna solo prestare più attenzione per le pietre rilasciate dai continui disgeli e per  le ortiche che l’abbandono fa prosperare. Ma il premio è dato da un concerto di uccelli di una tale armonia che il ciclista attempato potrebbe scambiare con il canto di benvenuto nei lidi celesti dopo un incidente vascolare nell’erta più dura del passo a 1200 metri (dai 375 di Sulmona). A dispetto dei segnali di divieto di transito, sull’uno e sull’altro versante della “Napoleonica”, il tratto è popolato di impeccabili trasgressori: motociclisti, scooteristi, ciclisti seri con l’abbigliamento che si confà al ruolo, compresi i pantaloncini che evitano i dissapori prostatici; c’è anche qualche maratoneta, con il piglio di chi non trasgredisce. Forse i campi elisi debbo apparire così: soprattutto nel silenzio e nell’attenuazione delle tinte. Tra gli altri racconti suggestivi, nell’altipiano che qui si apre si ricorda l’ecatombe di soldati sorpresi dalla tormenta, che non è silenziosa, più di cinquecento anni fa, bissato dopo qualche decennio da altrettanta strage. Ora, di tanto in tanto e nelle stagioni adatte, si contrastano per lunghe giornate mandrie di cervi maschi, con il suono ligneo dei loro “palchi” di corna ramificate; ma è tutto più lieve. Tanto che non cessa mai di affiorare tra i grilli un altro armonioso ritmo: quello della fontana ormai abbandonata dal tragitto della nuova statale 17. Pulita come nessun’altra, magari non fredda come la fontana dalle mille virtù di Pettorano, ma dallo zampillo che si riflette in una vasca di cristallo trasparente, dove si vedono una per una le piantine del fondo. Pesci non ci sono, ma almeno mancano anche quelli congelati dei furgoni-espresso e delle piccole e grandi bugie del mercato ittico.

Difficile spezzare il silenzio di un paesino che stava sul tragitto del Tratturo, Colleguidoni, in corrispondenza della Madonna del Casale, ancora in territorio di Roccapia, ma già in pieno Altopiano, alla prima delle tre curve della riconquistata superstrada. Oramai è del tutto sepolto, dopo un terremoto o uno smottamento. Ma la chiesa ha conservato la sua superba semplicità romanica su tutte le Cinque Miglia: bisogna cercarla con lo sguardo quando si viene da Roccaraso, ma le decorazioni in pietra, con la tradizionale effigie dell’agnello sacrificale, non hanno granchè l’aria di pretendere una ricerca: sono immobili da più di mille anni, in parte scolorite, ma sufficienti a coprire dei brani di affreschi di una bellezza struggente perché perfettamente esemplificante la completa intensità di un tempo. Si possono anche immaginare i personaggi, in un gioco immaginario di puzzle adatto a chi conosce un po’ dell’immenso romanico abruzzese.

Ma c’è solo il tempo di affrontare la Madonna della Portella all’altro capo delle Cinque Miglia, con i suoi 1.300 m. che aprono poi alla sospirata meta di Via Roma a Roccaraso. Anche qui si evita la galleria risonante e si apprezza subito dopo il ritorno tra la gente e l’atmosfera distesa della villeggiatura in un clima decisamente appenninico.

La Madonna del Casale che domina l’Altopiano delle Cinque Miglia. Qui sorgeva il borgo di Colleguidoni, travolta da una frana
La Fontana di Ponte d’Arce in territorio di Pettorano sul Gizio
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