MA SOLO I TERREMOTI DI SULMONA SI POSSONO PREVEDERE?

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Il santuario di Santa Gemma a Goriano Sicoli

PER LE VOCI CHE ABBATTONO LA QUALITA’ DELLA VITA IN CENTRO-ABRUZZO NON ESISTONO PRUDENZE – E SE SONO FONDATE NON SI FA PREVENZIONE PERCHE’ TUTTI I FONDI SONO IMPEGNATI A RICOSTRUIRE L’AQUILA

19 OTTOBRE 2018 – Su “Il Centro” di ieri l’altro è stata pubblicata una intervista all’ing. Luigi Pierboni, “responsabile dei lavori per la messa in sicurezza di A24 e A25”. Dice molte cose (le solite, peraltro identiche a quelle che diceva sempre Luciano D’Alfonso), ma, come talvolta accade, più che per le risposte, l’intervista è uno scoop per le domande. Esattamente per una in particolare. E sì, perché, dopo aver chiesto “quale è il grado massimo di magnitudo di terremoto sostenibile dai piloni” ed aver ottenuto una risposta precisa (“Magnitudo 7”), il giornalista, tale d.r., individua un altro campo di indagine e letteralmente lo esprime: “Andiamo sulla pratica. Il terremoto che si teme di più è quello di Sulmona” e la risposta: “L’ultimo grosso è quello del 1700, ma entro magnitudo 7, una volta completato l’adeguamento sismico, sarà tutto in sicurezza e si potranno tranquillizzare gli automobilisti”.

Orbene: questo “d.r.” non cita la fonte di una notiziuola buttata lì fra le righe. E, cioè, che dopo il terremoto dell’Aquila, dopo quello di Amatrice, quello di Norcia, quello del Molise, adesso toccherebbe a Sulmona. Una volta si faceva giornalismo riprendendo le fonti, in particolare quando non si trattava di pronosticare chi avrebbe indossato la maglia n. 9 del Pescara, ma di dare per prossimo un terremoto in una certa zona. E, s’intende, un terremoto di una tale intensità da mettere in pericolo i piloni di viadotti autostradali. Per anni si sono arrovellati giudici di tutti i gradi per dirimere la spinosa questione della prevedibilità dei terremoti, al punto che una sentenza di tribunale è stata in buona parte riformata dalla corte d’appello e poi su questa si è pronunciata la Corte di Cassazione, per verificare se il non aver dato un allarme in un certo modo potesse costituire il reato di omicidio colposo. Si è detto in quel processo che anche soltanto diffondere la notizia che il terremoto fosse probabile non era scientificamente fondato e che, per altro verso, una ipotesi di divulgazione di questa notizia avrebbe nuociuto all’equilibrio sociale e alla stessa qualità della vita delle persone che vi abitavano, se non addirittura avrebbe acceso una reazione di panico incontrollabile.

Quando si parla di Sulmona tutte queste accortezze passano in secondo piano e gli abitanti della Valle Peligna possono essere messi in angoscia e lasciati friggere nella disperazione di sapere che “Il terremoto che si teme di più è quello di Sulmona”. E questo nonostante la bella figura di un “tecnico” (o accreditato come tale, e non era Giuliani), che, pochi mesi dopo il sisma del 2009, aveva detto che la scossa successiva avrebbe riguardato la Valle Peligna (mentre, come abbiamo riportato sopra, ci fu quella devastante di Amatrice, con un numero di morti pari a quello registrato a L’Aquila) e poi Norcia, e poi altri vari. Per Sulmona è consentito fare la “ola” sulla scossa imminente e buttarla lì, nel “corpo” di un articolo nel quale bisognerebbe chiedere all’intervistato se si possa lasciare un’autostrada nelle condizioni nelle quali l’ha vista il Ministro per le infrastrutture.

Allora va detto chiaro e tondo che due sono le ipotesi da considerare: o i terremoti non sono prevedibili e nessuno può permettersi di diffondere notizie che deprimono prima di tutto le economiche delle zone nominate da queste previsioni. E in questo caso un Prefetto dovrebbe trovare il modo di verificare quali siano le voci (non citate) di un articolo di un quotidiano ed intervenire se queste sono infondate (proprio sulla base del concetto della non prevedibilità dei terremoti). Oppure, se queste voci sono accreditabili e se c’è davvero una alta probabilità che il terremoto del 1706 si replichi a Sulmona, non solo il Prefetto, ma tutti gli organi dello Stato debbono attivarsi per investire gli importi giusti e rinforzare tutti gli edifici, pubblici e privati del centro-Abruzzo, nonché l’autostrada che attraversa la Valle Peligna, se del caso attingendo ai “Masterplan” e lasciando che tipi come Giovanni Lolli si facciano prendere dalla danza della tarantola per lo “scippo” del dirottamento dei fondi; come pure dovrebbero prendere atto che questa è l’emergenza e impedire che si dilapidino i soldi degli Italiani sulla “fondovalle Sangro” per rinforzare almeno i viadotti della Valle Peligna. Oppure la ricostruzione deve essere un modello solo se attuata nella città di L’Aquila, mentre Sulmona può rimanere fuori del “cratere sismico”? E solo qui può essere fatta terra bruciata in attesa del disastro che si potrebbe verificare domani come tra cento anni?

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