CON DE BORTOLI EINAUDI ALEGGIA NEL TEATRO DI PRATOLA

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Da sinistra: Nicola Marini, Stefano Pallotta, Ferruccio De Bortoli e Ennio Bellucci

PREMIO NAZIONALE DI GIORNALISMO – E PREMIO PER L’IMPRENDITORIA A MARIA ASSUNTA PALOMBIZIO

8 NOVEMBRE 2018 – Ferruccio De Bortoli, 65 anni, direttore per due volte del Corriere della Sera, per una volta del “Sole 24 ore”, presidente della casa editrice Longanesi, ha ricevuto oggi dalle mani della sindaca di Pratola Peligna, Antonella Di Nino, il “Premio nazionale Pratola”, sotto lo sguardo attento di Ennio Bellucci, che organizza la manifestazione. L’altro “Premio Pratola”, per la imprenditoria, è andato alla titolare di una azienda di produzione e trattamento di varie specialità agro-alimentari, Maria Assunta Palombizio, che ha organizzato in breve tempo una attività familiare di primissimo piano: oltre quaranta ettari di coltivazione di aglio rosso, che hanno mandato su tutte le furie i concorrenti sulmonesi con meno della metà della estensione e un mercato risicatissimo. Sono cose che accadono spesso nel confronto tra la imprenditoria pratolana e quella sulmonese (basti dire che Pratola ha conservato l’unica banca della provincia dell’Aquila).

L’occasione della presenza di Ferruccio De Bortoli ha consentito di tenere il convegno “Il giornalismo ai tempi di internet”, al quale hanno partecipato anche il presidente dell’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo, Stefano Pallotta e l’ex presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, Nicola Marini. Gira e rigira, quando si parla di libertà e di democrazia, cioè dei traguardi primari che qualificano un giornalismo etico, si torna sempre a Luigi Einaudi, che infatti Ferruccio De Bortoli ha citato con grande efficacia. Einaudi non descriveva pedantemente il compito di un giornalista quando diceva che doveva illustrare materiali “non avariati” affinchè il lettore si formasse una opinione. Quindi sorvolava sulla verità oggettiva, ovvero su quella che i manigoldi dell’informazione definiscono una chimera per poi sostenere che non esiste e ognuno può dire quello che vuole facendolo passare per verità. Basterebbe che i fatti venissero narrati senza contraffazioni consapevoli e pienamente volontarie, dunque “non avariati”. E questo vale ancora di più in epoca di “fake news” e di oscuramento della funzione di mediazione culturale tipica dell’attività del giornalista. Ragionamenti elevati, ritempranti per ogni intellettuale che non appartiene ad un gregge, cioè per ogni intellettuale; sia anche quello della versione a stampa o sui siti web.

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