I FAVOLOSI ANNI NOVANTA (DELLE VECCHINE DA CORTEGGIARE)

2002

Cesare Antomarchi mentre canta al concerto di ieri sera; a destra, con cappuccio e chitarra, il fratello Enrico

TECNICA ACCORTA E MOLTA ENERGIA DAGLI ADOLESCENTI DEI TEMPI DI ROMOLO E DEL “CAPRICE”

6 SETTEMBRE 2019 – Con il suo inglese alla Matteo Renzi e con la differenza che lui lo sfoggia per prendersi in giro, Cesare Antomarchi ha portato Bugnara a sognare i favolosi anni Sessanta, poi anche quelli Settanta, una spruzzatina degli Ottanta e ha terminato con gli anni novanta di quella che dice sarà la sua nuova sposa: d’ora in poi solo ultranovantenni, a chiudere definitivamente la parentesi della sua eterna giovinezza nella quale da poco era entrato dopo aver percorso una ostinata fanciullezza, ed ha mandato un saluto ad una delle tante vecchiette del paesino che fino a un’ora prima era stato composto e serissimo a festeggiare i due co-patroni, San Magno e San Vittorino.

Claudio Cottone alla batteria

I nuovi 5 dell’88 (ce n’erano tre su cinque) hanno prima destato curiosità nella piazza, fatta in buona parte di giovani di un’altra generazione e di adolescenti di due generazioni successive; poi hanno infiammato quelli che qualche canzone del repertorio la ricordavano. Infine hanno scherzato su se stessi, dando appuntamento a tutti a… Santa Chiara, che non è la prossima festa patronale ed è soltanto la residenza per anziani per antonomasia, l’unica che descriveva il luogo della resa conclusiva, del ricovero senza ritorno nella Sulmona dei piccoli gruppi musicali, più esattamente dell’epoca nella quale in 5 facevano in tutto 88 anni.

Camillo Canale

Ma Cesare Antomarchi i suoi diciassette anni li ha conservati e salta come una molla; e non perde una nota; e gigioneggia per rompere il ghiaccio; e valorizza il senso del tempo e del ritmo di tutti gli altri, qualità che non si perde se si dovrebbero oggi chiamare i 5 dei 360 e forse qualcosa di più, senza bisogno di restauri. Hanno allestito, come fanno di tanto in tanto, un concerto fresco come le brioches che mangiavano al momento di salutare le notti di musica fatta per celebrare amori altrettanto freschi e fuggenti, infastiditi delle prime luci dell’alba, nei locali di mezzo Abruzzo e talvolta anche a Sulmona per rubare la platea ai Caffè delle effimere conversazioni sul futuro, con l’ultima sigaretta e l’invito di Romolo a togliere le tende dai tavolini. E mentre al “Caprice” di Roccaraso cantava e suonava Peppino di Capri in carne ed ossa.

Roberto D’Aurelio

Delle pesantezze dei dubbi esistenziali di molte canzoni di prima e dopo il ’68 non c’è traccia in questa frizzante espressione di tecnica e propensione alla lietezza del 2019; forse per questo quei “favolosi” anni sembrano più favolosi di quanto fossero e a riviverli i 5 dell’88 si lasciano dietro il dubbio che quella Sulmona e quell’Italia contenessero davvero i germi di sbandamenti sociali e politici da anni di piombo.

Non sono ever green, non vogliono esserlo, ma non sono neppure gli zombi che qualche copertina patinata raffigura riprendendoli dai gruppi che non sanno smettere perché temono che più avanti ci sia il baratro. Loro cantano ancora come se stessero provando il concerto di domani alla “Racchetta” di Montesilvano e scherzano con le note come hanno scherzato con la vita, senza esaltazioni. Che sia tutto un sano esorcismo mentre alludono a “Santa Chiara”?

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