SIPARIETTI ALLA TOTO’ PER IL PROGETTO ESECUTIVO DELLA CENTRALE SNAM – E L’IDEA DI SOFFOCAMENTO ANCHE PRIMA CHE ARRIVI IL GAS E’ RESA BENE COME NEL MITICO “PEZZO” DI GIORGIO GABER
21 MARZO 2025 – Il Ministero dell’Ambiente può fare a meno del progetto esecutivo di un’opera che si sostituisce alle terme romane; se una centrale di spinta del gas, nel tragitto di un metanodotto, si insedierà per una ventina d’anni (il tempo del definitivo ripudio delle fonti energetiche da idrocarburi) su una necropoli italica che sta lì da 2500 anni, il “Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica” non mette il naso sul modo nel quale sarà eseguita la sostituzione dell’effimero rispetto allo storico. A quel dicastero, come scrive il Dirigente Maria Rosaria Mesiano, basta il progetto definitivo. I tecnicismi sono quasi sempre superflui; quella che conta è la sostanza. E che sostanza. Il “Coordinamento per il clima fuori dal Fossile” ha, quindi, interpellato il Comune, da dove il dirigente Franco Raulli ha risposto: “Si comunica che dopo aver effettuato le opportune ricerche negli archivi dell’Ente, non risulta agli atti dell’Ente il progetto esecutivo dell’opera della Snam denominata Centrale di compressione e quattro linee di collegamento in località Case Pente di Sulmona”. Avrebbe potuto aggiungere: “E che sta a Sulmona la centrale della Snam?”

“C’è un’aria, ma un’aria… che manca l’aria” cantava Giorgio Gaber. E il verso si attaglierebbe perfettamente al Comune di Sulmona, dove per la trasformazione da baracca a palazzo, a Roncisvalle, l’assessore all’Urbanistica Sergio Berardi ha detto in Consiglio comunale che era roba che riguardava i tecnici e non gli amministratori, magari su suggerimento del sindaco in carica, Gianfranco Di Piero, che la stessa cosa aveva detto per il bando farlocco delle mense scolastiche. E’ ovvio che, dal basso, i tecnici dicano lo stesso, magari senza aggiungere: “E che la ripartizione tecnica si deve perdere in tecnicismi?” Quindi, una impresa e un progettista possono anche scrivere e disegnare spogliatoi e porticati dove c’è solo una baracca malmessa et voilà: sorge un palazzo di varie centinaia di metri cubi (o migliaia, non li abbiamo contati, perchè ci ripugna solo avvicinarci a quello scempio). Poi debbono arrivare la Procura della Repubblica a chiedere il sequestro e il Gip a disporlo. E impresa e proprietari che se lo tengono senza neppure chiedere il Riesame al Tribunale dell’Aquila.
Non minore sensazione di soffocamento viene dalla risposta della Soprintendenza archeologica dell’Aquila, che fa notare che l’istituzione di tale Soprintendenza risale a settembre 2021, mentre l’avvìo del procedimento della centrale Snam “risale a data anteriore”, cioè al 2005, quando c’era ancora la Soprintendenza Archeologica con sede a Chieti. “Per le ragioni sopra esposte, questa Soprintendenza non detiene la suddetta documentazione”. “E che so’ Pasquale, io?” si rassicurava Totò e allo stesso modo la burocrazia diventa una parete impenetrabile. Uno si chiede, a questo punto, se gli archivi della Soprintendenza di Chieti siano stati mandati al macero; e non può neppure cercare nella discarica delle Marane, che non raccoglie la “monnezza” di Chieti. Vi potrà cercare solo da quando la Soprintendenza archeologica dell’Aquila scomparirà con un decreto, che certamente non dirà dove vada a finire la documentazione esistente e i tir dal capoluogo regionale scaricheranno indifferenziatamente a Noce Mattei. Per Chieti, forse, Mario Pizzola dovrà andare a Cupello; e, insomma, si informi.
Poi, l’ironia di Gaber e la comicità di Totò cedono il passo a qualche riflessione in più del “Coordinamento” animato da Pizzola: “La risposta della Soprintendenza dell’Aquila è particolarmente significativa perché è l’Ente che, avendo assurdamente autorizzato la distruzione delle tracce del villaggio protostorico risalente a 4200 anni fa, ha di fatto consentito l’avvìo dei lavori di costruzione della centrale. Come è possibile che ciò sia accaduto, mentre erano ancora in corso gli scavi di archeologia preventiva? Il codice dei contratti pubblici (d. lg. 31 marzo 2023 n. 36, allegato I.8) stabilisce che solo al termine degli scavi viene predisposta la relazione di verifica preventiva dell’interesse archeologico (Vpia). E’ la Vpia che, approvata dal Soprintendente, contiene le prescrizioni che, sulla base dei risultati delle indagini, possono determinare anche la necessità di apportare modifiche al progetto o perfino di delocalizzare l’opera. Ora, come è stato possibile che la Soprintendenza dell’Aquila abbia “liberato” una parte dell’area prima ancora che fossero concluse le indagini di archeologia preventiva e prima della redazione della Vpia? Le prescrizioni devono essere recepite nel progetto esecutivo che, per legge, deve descrivere compiutamente ogni particolare architettonico, strutturale e impiantistico dell’opera. Cosa che, evidentemente, non è possibile fino a quando non siano terminati gli scavi archeologici e dettate le relative prescrizioni”.






