PAGA 9.000 EURO ALL’AVVOCATO SENZA NEPPURE CHIEDERE LA CONSULTAZIONE

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29 MAGGIO 2025 – “Il Centro” ha pubblicato la notizia che tale Nicolino D’Addario è stato assolto in Corte d’Appello per “particolare tenuità del fatto” dopo essere stato condannato in primo grado per violazione di domicilio per essere entrato senza consenso nel mio studio legale. Il giornale riporta solo la versione del D’Addario, secondo il quale bussò alla porta dello studio che era “accostata” e “fece un passo dentro, senza andare oltre”. Il tribunale di Sulmona, con la sentenza del 15 aprile 2024, aveva inflitto all’imputato la reclusione di otto mesi, con pena sospesa. La Corte d’Appello dell’Aquila, con sentenza del 30 gennaio 2025, testualmente afferma: “In primo luogo, va ribadito in questa sede il giudizio di penale responsabilità dell’imputato per il reato di violazione di domicilio contestato”. Ritiene la Corte “che la deposizione della persona offesa debba considerarsi del tutto attendibile, in quanto lineare e coerente”. E’ risultato, sempre secondo i giudici d’appello, che il D’Addario “bussava alla porta con veemenza tale da schiuderla, così facendo ingresso all’interno dello studio” e “L’imputato si tratteneva tuttavia all’interno dell’appartamento, contro la volontà della persona offesa, che a questo punto allertava i carabinieri. Solo dopo aver appreso dell’arrivo dei militari, il D’Addario si determinava ad andare via”.

Espresse a chiare lettere queste motivazioni, la Corte ha tuttavia ritenuto di accogliere la ulteriore richiesta della difesa dell’imputato e, quindi, ha applicato la norma che contempla il caso di “particolare tenuità”, confermando la condanna al risarcimento del danno e al rimborso delle spese processuali. Il D’Addario fa pubblicare dal “Centro” che “la verità alla fine è emersa”. Ecco appunto. Se vuole ripetere il suo bel gesto, faccia pure, magari infilando sotto la porta un assegno di uguale importo di quello che ha già versato e andando via prima dell’arrivo dei Carabinieri. La tariffa non è eccessiva: sono poco più di 9.000,00 euro per ogni “bussata”; ognuno spende i suoi soldi come vuole. Per parte mia, quando non condivido idee e condotte altrui e ritengo di aver subito un torto, mi rivolgo alla magistratura e non vado a “dischiudere” porte di case o domicili nei quali non sono gradito, anche perché ho l’onore di svolgere la mia professione in uno studio legale inaugurato nel 1892 e da allora proteso a dischiudere concetti, invece che porte. E, soprattutto, non vado via quando apprendo che stanno per venire i Carabinieri; anzi…

Quanto a Domenico Verlingieri del “Centro”, complimenti. Ha violato la minima regola del giornalismo che non è tanto quella, aulica, di riportare proprio la verità, ma di sentire almeno l’altra campana. Il Direttore de “Il Centro”, Luca Telese, al quale ho chiesto di pubblicare la rettifica, che contiene la verità sostanziale in base alla quale il D’Addario ha commesso un reato ed è stato condannato al risarcimento e al rimborso delle spese giudiziali, da dieci giorni viola la norma dell’art. 8 della legge recante “Disposizioni sulla stampa”, introdotta all’alba della democrazia nel 1948 e riformata con la legge del 1981 per una più efficace tutela nei confronti dei giornalisti recalcitranti alle rettifiche. Ho, quindi, fatto ricorso al Tribunale di Pescara per chiedere subito la pubblicazione e, poi, il risarcimento per il ritardo nella pubblicazione. Né più, né meno quello che chiesi al direttore dello stesso giornale nel 1993, Carlo Pucciarelli, che fu obbligato alla pubblicazione con una ordinanza della Dott.ssa Fabrizia Francabandera, poi assurta alla prima presidenza della Corte d’Appello. Il “bravo direttore” (per dirla con Renzo Arbore) non rettificò fino a quando non fu depositata l’ordinanza, che peraltro fu pubblicata per intero e commentata nella autorevole rivista di diritto “Il Foro Italiano” e poi in alcune monografie sui provvedimenti d’urgenza, edite dall’altrettanto autorevole “Giuffrè”. Pucciarelli fu condannato al risarcimento anche del solo ritardo, nonostante avesse proposto impugnazione davanti alla Corte d’Appello dell’Aquila. La sentenza della Corte d’Appello giunse dieci anni dopo la pubblicazione della notizia che mi riguardava, ma aveva il pregio di essere stata redatta dal Dott. Augusto Pace, come dire che Pucciarelli non provò neppure a proporre ricorso per cassazione. Tutto arriva per chi sa aspettare.

V.C.

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