UNA REALISTICA DESCRIZIONE DELL’EPIDEMIA NELLE “METAMORFOSI”
4 DICEMBRE 2012 – Ancora un risentimento fortissimo degli Dei provoca la pestilenza che Ovidio descrive nel settimo libro delle “Metamorfosi”. A parlare è Eaco “con voce triste”.
“Una terribile pestilenza, dovuta all’ira di Giunione, spietata contro questa terra che porta il nome di una sua rivale, si abbattè sulla popolazione. Finchè parve un male naturale, finchè era oscuro cosa nuocesse, quale fosse la causa dell’immane sciagura, si combattè con le armi della medicina. Ma il flagello era tale, che ogni soccorso era vano, e arrendersi bisognava. Da principio calò sulla terra una caligine spessa, opprimente; una cappa di nubi formò una morsa d’afa spossante, e per tutto il tempo che la luna impiegò a colmare quattro volte il suo disco, richiudendo la falce, e, assottigliandosi, a ridisfare quattro volte il disco pieno, soffiò un caldo Austro dalle folate mortali. Risulta che l’infezione si propagò anche alle fonti e ai laghi, e che molte migliaia di serpenti, errando per i campi desolati, contaminarono i fiumi con i loro veleni. Fu dapprima con una strage di cani, di uccelli, di pecore e di buoi, e di animali selvatici, che l’improvviso morbo manifestò la propria violenza. Il povero contadino vede con costernazione i forti tori stramazzare a metà del lavoro e accasciarsi sul solco che rimane interrotto. Alle greggi lanute, che mandano penosi belati, la lana cade da sola e il corpo si piaga. Il cavallo una volta focoso e famoso sulle piste polverose non riesce più a vincere e dimentico dei passati onori geme nella stalla, destinato a morire di morte ingloriosa. Il cinghiale non pensa più ad infuriarsi, né la cerva a confidare nella velocità, né gli orsi ad aggredire i robusti armenti. Tutto stronca la fiacca. Nei boschi, sui campi, per le vie giacciono corpi in sfacelo, l’aria è viziata da miasmi. Dirò una cosa strabiliante: neppure i cani e gli uccelli ingordi, neppure i lupi grigi toccano i cadaveri. Questi si disfanno e si squagliano, e con le loro infette esalazioni diffondono per gran tratto il contagio. Poi, con effetti ancor più disastrosi, la peste passa a colpire i miseri contadini, e a imperversare dentro le mura della grande città. Prima s’infiammano i visceri, e sintomo della fiamma che cova è un rossore e un respiro affannoso e infuocato. La lingua diventa ruvida e si gonfia, le fauci riarse stanno aperte ai venti afosi, boccheggiando si inspira aria pesante. Non si sopportano giacigli, non si sopportano stoffe di alcun genere; ci si distende col ventre sulla dura terra: ma il corpo non è rinfrescano dal suolo, è invece il suolo a bollire a contatto del corpo. E non c’è chi possa mitigare il male, il flagello scoppia spietato tra quelli stessi che curano, ai medici nuoce la loro stessa arte. Più uno sta vicino a un malato e più fedelmente lo serve, più presto fa la stessa fine.
E quando ogni speranza di guarigione è svanita ed è chiaro che l’esito del morbo sarà solo la morte, la gente si abbandona ai propri istinti, senza più occuparsi di ciò che può giovare: tanto, nulla può giovare. Disordinatamente, senza più nessun ritegno, si attaccano alle fonti, ai fiumi, ai pozzi capaci, e la sete non si estingue che con la vita, a furia di bere. Così molti, appesantiti, non riescono più ad alzarsi e cascano e muoiono in acqua. E tuttavia c’è qualcuno che continua a bere quell’acqua! E tanto fastidioso, tanto insopportabile è il letto per gli infelici, che balzano su, o, se non hanno la forza di alzarsi, si rotolano giù per terra, e fuggono tutti via di casa. A ognuno la propria dimora sembra funesta, ed essendo ignota la causa vera, si dà la colpa al posto troppo stretto. Vedevi persone errare mezze morte per le strade, finchè riuscivano a reggersi in piedi, e altre piangere distese a terra e stralunare gli occhi stanchi, con un estremo sussulto; e protendevano le braccia verso gli astri del cielo incombente, esalando l’ultimo respiro qua, là, dove la morte le sorprendeva. Che sentimenti provai io allora? Non forse quelli che dovevo, odiare la vita e desiderare di condividere la sorte dei miei? Ovunque lo sguardo si volgesse, c’era gente buttata per terra, come le mele marce quando si agitano i rami, come le ghiande quando si scuote il leccio.- Vedi lassù, di fronte, quel tempio con le lunghe gradinate? E’ di Giove, quel tempio. Chi non offrì, inutilmente, incenso su quegli altari? Quante volte non accadde che mentre recitava una preghiera, un coniuge per l’altro coniuge, o un padre per un figlio, spirasse sugli altari non placati, e in mano gli si ritrovava un po’ di incenso non consumato?
Quante volte non accadde che i tori condotti al tempio, mentre il sacerdote pronunciava la formula rituale e spargeva vino puro tra le corna, crollassero senza aspettare il colpo! Io stesso stavo facendo un sacrificio a Giove, per me, per la patria e per i miei tre figli, quando la vittima emise un tremendo muggito e stramazzò tutt’a un tratto senza che nessuno l’avesse colpita, macchiando di scarso sangue il coltello puntato sotto. Anche le fibre, malate, avevano perduto i segni della verità con gli avvertimenti degli dèi, poiché anche nei visceri s’infiltrava il brutto morbo. Ho visto cadaveri abbandonati davanti alle porte del santuario; proprio davanti agli altari, a render la morte ancora più odiosa, alcuni spezzano con un cappio la propria vita, scacciano con la morte la paura della morte e affrettano la fine che già arriva da sé. I corpi dei defunti non sono portati via con i funerali di rito: le porte della città non sono larghe abbastanza per tanti funerali! O premono il suolo insepolti, o vengono ammassati senza doni su alti roghi.
E ormai non si rispetta più nulla, ci si azzuffa per i roghi, si crema col fuoco altrui. Manca chi versi lacrime, e le ombra di figli e mariti, di giovani e vecchi, vagano non compiante, né c’è spazio per i sepolcri, né basta la legna per far fuoco”.






