“Al lupo, al lupo” ma senza paura

365

Lupo_primo_piano033_2
Si torna lentamente alla antica secolare convivenza che era stata snaturata dai cambiamenti dell’ecosistema

Un lupo rocambolescamente salvato dalle trappole dei bracconieri a Roccacasale; un altro che viene notato di notte nell’abitato di Secinaro e ripreso addirittura con un telefono cellulare mentre passeggia, per poi eclissarsi di nuovo nel bosco del Sirente.

 

Sono solo gli ultimi episodi, racchiusi in poco più di tre giorni nella scorsa settimana, della cronaca… ecologica del circondario di Sulmona. Si uniscono a quelli delle volpi che vanno a fare colazione nei bar di Barrea o di Civitella Alfedena, o delle orse che si annoiano di essere spiate e cambiano itinerario nei pressi di Opi. Ma questa volta si tratta di lupi e, per di più, in un periodo dell’anno nel quale sono particolarmente affamati e, pare, aggressivi. Non sono favole, anche se sono tutti episodi a lieto fine, che, sotto un profilo di utilità turistica, non fanno che accrescere la curiosità di chi vive nelle metropoli e pensa di aggiungere una “settimana di brivido” alle vuote settimane bianche che si vivono sulle Alpi, tra la sauna e il bridge.

Il lupo di Roccacasale era rimasto intrappolato in un laccio di acciaio che, in sostanza, lo stava scarnificando; quello di Secinaro sembrava azzoppato, almeno a giudicare dai movimenti che disegnava lungo le strade deserte.

 

Il motivo della curiosità dell’uomo verso le abitudini del lupo, secondo un docente universitario che ha dedicato decine di anni alla ricerca dell’animale considerato uno dei maggiori predatori sull’Appennino, sta tutto nella affinità delle vita dei due esseri dell’universo animale: il lupo ha una vita sociale e delle regole che stabiliscono quando e come essa si deve svolgere o deve cessare nei confronti di uno dei componenti; ha una concezione della famiglia e la attua né più né meno di quanto faccia l’uomo; è alla continua ricerca di nuovi spazi da conquistare e da tutelare contro le aggressioni esterne.

Lo sguardo del docente

Il prof. Luigi Boitani conosce bene la Majella, il Morrone, il Gran Sasso. Per la verità conosce molte altre zone dell’Appennino, perchè il peregrinare dei lupi è così vasto che un ricercatore non può limitare la sua indagine ad una regione. Ma uno dei primi periodi delle sue indagini svolte in forma didattica (con un gruppo di allievi della Università “La Sapienza”) risale alle osservazioni sistematiche e documentate del lupo sulla Majella, tra Pacentro, Campo di Giove, Sant’Eufemia, nel 1974, a gennaio, quando su Passo San Leonardo la bufera aveva accumulato un paio di metri di neve. Furono i tempi nei quali si applicavano dei radio- trasmettitori per annotare tutti gli spostamenti del quadrupede; non erano i tempi dei computers, ma i dati sono serviti fino ai giorni nostri per le elaborazioni costanti e per fare i raffronti con ogni annata di nuove scoperte. Ne è emerso, per esempio, che, per quanto può, il lupo evita gli incontri con l’uomo che riconosce bene e a distanza di chilometri per via delle straordinarie qualità olfattive, superiori di molto a quelle dei cani; che episodi di aggressione apparentemente immotivata erano da collegare a patologie dell’animale (per esempio legate alla “rabbia”) e non già ad una ostilità dichiarata o reiterata per una sorta di tradizione.

Il prof. Luigi Boitani, ripreso in alcune lezioni tenute alla “Sapienza” di Roma e inserite nelle scene di un documentario realizzato anche nella montagna di Popoli,  ritiene che, proprio alla luce di tutto il materiale raccolto (altri hanno seguito le sue orme, con diversi appostamenti, con nuova tecnologia e lui li ha guidati e li sta guidando) non sia più il caso di “lasciare ai bracconieri la gestione dei rapporti con i lupi”; ritiene, cioè, che sia il caso di impostare una specie di regole di comportamento che, proprio per la prevedibilità, ormai, degli atteggiamenti dei lupi, sappiano essere meno traumatiche e aiutino a gestire i rapporti di tutto un eco-sistema.

I cinghiali fanno danni più dei lupi

Boitani non scende nei particolari, ma non si può far finta di ignorare un problema reale dei giorni nostri in molte valli del circondario: la proliferazione dei cinghiali ha determinato danni di molto superiori a quelli attribuiti ai lupi. Eppure il lupo è il migliore antagonista naturale del cinghiale; addirittura nelle sue feci i ricercatori hanno avuto la pazienza di scoprire una infinità di residui di pelo del cinghiale. Nelle zone inaccessibili ove le lupe vanno a svezzare i propri cuccioli sono stati ritrovati crani di cinghiali anche enormi. Un nuovo alleato, dunque, sarebbe questo “canis lupus”, che già ha svolto per millenni il trascurato ruolo di ripulire la natura degli esseri più deboli o malati, rinforzando e vivificando le altre specie.

Nella immagine di chiusura: una lupa fatale, quella che nutrirà i due gemelli Romolo e Remo, si avvicina con atteggiamento tutt’altro che rassicurante: ma le cose andranno decisamente bene, almeno per Romolo… (immagine ripresa da Villa Farnesina a Roma)

lupo_e_neonati_2