AD AVETRANA DIMENTICAI TUTTO, ANCHE PIAZZA GARIBALDI

6722

Nostalgia e carriera di Maria Lucia Monticelli, la sulmonese di “Chi l’ha visto”

SULMONA, 3 febbraio 2011 – Maria Lucia Monticelli è apparsa sullo schermo di “Chi l’ha visto?”, a Rai Tre, collegata da Avetrana per raccontare in diretta la confessione di un omicidio e quello che lasciava nei volti delle persone coinvolte: i parenti più stretti, compresa la madre della ragazza che fino a quel momento si cercava con tutte le speranze del mondo. Lucia è stata conosciuta, così, dal grande pubblico televisivo ed è tornata più volte sull’argomento, nelle settimane successive.

Aveva incominciato ad essere giornalista, a trattare le notizie di tutti i giorni, a Sulmona. Il suo è stato un inizio “dal basso”, di quelli che in genere garantiscono le ascese più costanti e più durature, perchè dànno di più le caratteristiche di “mestiere” alla professione giornalistica: saper cercare una risposta; seguire la traccia di una verifica, al di là dei canali consueti dei “lanci” delle agenzie; coltivare conoscenze e tenersi aggiornati; non lasciarsi sedurre dalle apparenze.

Le abbiamo chiesto di esprimere delle valutazioni sui tanti anni, ormai, che la separano dalla prima diretta e dall’atmosfera della “macchina di giornalismo” che viveva a Sulmona.

Era possibile percorrere una carriera giornalistica a Sulmona?

Mi sono avvicinata al giornalismo grazie a Videosse, una delle televisioni private di Sulmona. Un incontro casuale mi ha portato lì ma non è stata casuale la scelta di iniziare a lavorare nella redazione dei tg quotidiani. Avrei potuto occuparmi d’altro, fare l’annunciatrice, come mi era stato proposto, o la “valletta carina” dei programmi di intrattenimento che la tv aveva nel suo palinsesto settimanale. No, la mia fu una scelta precisa: volevo lavorare come giornalista, volevo imparare a raccontare attraverso le parole e le immagini.

Rispondo alla domanda: sì, credo di sì. Ho iniziato a percorrere una strada, quella del giornalismo, a Sulmona. Un percorso che avrei potuto proseguire ovunque, una volta compreso che quel mondo sarebbe stato parte della mia vita.

La carriera, per me, implica una crescita professionale e ritengo che si possa imparare e acquisire esperienza anche lavorando in una realtà che non sia metropolitana. Ne è prova la competenza e la bravura di tanti colleghi della stampa e delle tv locali che mi capita di incontrare ogni volta che seguo un caso.

Sulmona comunque ti ha avvicinata al giornalismo, quello più attivo, quello fatto di cronaca, talvolta anche difficile: ricordi qual è stato l’avvenimento che ti ha coinvolto di più?

In effetti quello che ricordo con maggior tenerezza non è un servizio di cronaca ma un servizio del tgesse che riguardava un corso di musica per bambini disabili. Ricordo la paura, sì paura, di non essere in grado di affrontare una situazione così delicata. Le lezioni di musica si tenevano in un bellissimo palazzo d’epoca, a Pescocostanzo. Quando entrai mi ritrovai davanti tanti bambini curiosi, sorridenti e mi sentii a mio agio. Li intervistai. Il servizio andò in onda e solo allora Gianni Giovanetti, all’epoca il nostro direttore, mi disse: “Sei riuscita in una cosa tra le più difficili per un giornalista, far parlare i bambini, lo hai fatto con naturalezza e loro con naturalezza ti hanno risposto”. Il servizio era intitolato: “Note in armonia”.

Come hai avuto il tuo approccio con la Rai?

Gli anni di lavoro a Sulmona come giornalista, come addetto stampa di alcune manifestazioni culturali; gli incontri nati sul lavoro con persone che hanno apprezzato il mio impegno, che hanno avuto fiducia in me; la mia perseveranza, tutto questo mi ha condotto in Rai, ad un colloquio con una produttrice. Stava formando la redazione per un nuovo programma. Alla fine dell’incontro, uscendo dal palazzo di viale Mazzini, ricordo che ero al settimo cielo, ho pensato: “E’ fatta!”. Non andò proprio così; il programma non si fece più ma lei si ricordò di me un anno dopo e mi chiamò.

La durata del contratto era di un mese e mezzo, sapevo che quella sarebbe stata la mia occasione, ce l’ho messa tutta. I risultati sono arrivati.

Quando ti sei trovata in collegamento diretto con la casa di Avetrana e mentre si rincorrevano le notizie circa il diretto coinvolgimento nel delitto di Salvatore Misseri, lo zio della vittima, avresti desiderato un attimo di pausa?

Non ho avuto tempo di desiderare nulla. Non potevo pensare ad altro se non a quello che stavo, stavamo vivendo io e tutti coloro che erano in quella stanza con me quella sera. Ero accanto a Concetta, la mamma di Sarah; di fronte a me, dietro le telecamere, c’era Sabrina, la figlia dell’uomo che in quel momento, per quello che sapevamo, stava conducendo gli inquirenti sul posto dove aveva occultato il corpo di Sarah. Era come se un’onda immensa ci travolgesse. L’urgenza era quella di sapere cosa stesse accadendo, capire, così come lo era per la mamma di Sarah, Concetta.

Avremmo potuto agire diversamente? Meglio? Peggio? Forse sì o forse no. Le polemiche seguite a quella sera nascono da questa lecita domanda, ma pur rispettando le opinioni di tutti, sono anche convinta che, in questo caso parlo per la mia esperienza, vivere una situazione come quella, essersi trovati a viverla, fa saltare ogni, se pur ragionevole, osservazione.

Sono stata accanto a Concetta per molti giorni ed ero con lei anche in quel tragico momento e da lei non ho mai avuto parole di critica o biasimo, semmai il contrario, e questo mi basta.

Tornerai ad Avetrana ?

Ci sono già tornata e sono rientrata da qualche giorno. Continuo a seguire tutti gli aggiornamenti della vicenda legata alla morte di Sarah Scazzi. Non escludo dunque di ritornare ad  Avetrana, nel caso lo ritenessero opportuno gli autori del programma.

Quale sensazione riporti dall’esperienza delle trasmissioni di “Chi l’ha visto?”

Il dolore, il dolore delle tante persone che ci contattano alla ricerca di un aiuto. “Chi l’ha visto?” ha una segreteria aperta 24 ore su 24, una casella di posta dove arrivano centinaia di mail al giorno. Tutti vengono ricontattati da  “Chi l’ha visto?”, da noi. E’ un’esperienza umana forte, che insegna ma che inevitabilmente, ponendoci così a stretto contatto col dolore, in alcuni momenti diventa gravosa.

Dal punto di vista più strettamente professionale, “Chi l’ha visto?” insegna a lavorare a ritmi sostenuti. Realizzare un servizio vuol dire partire, girare le interviste, fare le riprese, tornare, scrivere il testo, e montare il pezzo, il tutto in due o tre giorni! Per quanto mi riguarda poi c’è anche il ruolo da inviata per i collegamenti esterni, altra importante esperienza che devo innanzitutto a Federica Sciarelli, che ha creduto in me e che mi ha letteralmente spinto a fare la mia prima diretta; il caso era quello di un’altra giovane scomparsa tanti anni fa e di cui non si è mai più saputo nulla: Cristina Golinucci.

Che cosa ti è mancato di più di Sulmona in questi anni?

Sulmona è innanzitutto il luogo dove vivono i miei genitori, e quando vado a Sulmona dico: “…vado a casa”, quindi è la loro vicinanza che continua a mancarmi, come prima cosa.

Poi c’è l’entusiasmo, quel tipo di partecipazione ad un’idea o ad un progetto, che nasce dalla sperimentazione, e che mi sembra sia più facile si crei in una città come Sulmona piuttosto che in una più grande, come Roma ad esempio.

L’Ars Studio, la scuola di recitazione e danza, diretta da mia madre e dalla quale sono uscite giovani speranze, oggi affermati attori. Il Sulmonacinema Film Festival, tutte le altre esperienze a cui ho partecipato, erano accomunate dall’entusiasmo di chi voleva realizzare qualcosa di importante in quel momento ma che sperava si sarebbe rivelato un valore per la città nel tempo.

Mi manca Piazza Garibaldi incorniciata dal bianco acquedotto: un’inquadratura che porto con me.

Ma poi torno.

 

L’acquedotto in Piazza Garibaldi
Please follow and like us: