RELIGIOSA CONTEMPLAZIONE DELL’ABRUZZO NELLA MITOLOGIA DEL VATE
I AGOSTO 2012 – Si è riconosciuto profondamente nella città che lo ospitava e che aveva ospitato D’Annunzio: Giorgio Albertazzi, mentre percorreva i versi della “Pioggia nel pineto” si è raccolto in una contemplazione quasi religiosa dell’ambiente che maturò e proiettò Gabriele D’Annunzio dagli anni dell’adolescenza e del primo contatto gioioso con la vita agli anni dell’impresa di Fiume, del volo di Vienna. E si è quasi ricomposto nel narrare quella “pioggia” dopo aver imitato la recitazione becera di una attrice di molti anni fa, che lui stesso, insieme a Franco Zeffirelli, aveva visto all’opera in gioventù: “in questo posto, in questa città non si può recitare storpiandola una poesia così alta”.
Con “D’Annunzio chi?” al “Teatro D’Annunzio” ieri sera Giorgio Albertazzi ha ritessuto il suo rapporto con Pescara, con il Premio Flajano, con la cultura delle “Novelle”: ma soprattutto con l’Abruzzo mitologico narrato nella “Figlia di Iorio” del vate pescarese, delle tante ambientazioni bucoliche e replicanti i posti e le atmosfere dei monti abruzzesi. Quindi il suo pensiero è andato ai ricordi di quasi sessant’anni fa, alla “Figlia di Iorio” con Anna Proclemer, “insuperata rappresentazione”. Richiami che al navigato artista del palcoscenico e della parola hanno provocato una visibile commozione.
Tanta ammirazione traspariva nel protagonista di oggi nei confronti del protagonista dell’epopea del Carnaro. Fu da quell’esempio di sfavillante conquista letteraria ed artistica, quello che Marcello Veneziani ha definito il primo, vero “Sessantotto” dell’Italia contemporanea, che ragazzi come Giorgio Albertazzi trassero animo per sperare in una replica per un’altra repubblica del Nord: “Ci siamo sbagliati, ma non rinnego nulla” è stata la conclusione virile della quercia del palcoscenico.






