ANNIVERSARI – LETTERE DATATE DUE MILLENNI FA, LE ULTIME SPERANZE DI OVIDIO

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NEL 13 D.C. LE SUPPLICHE ALL’IMPERATORE, POI IL SILENZIO

3 MAGGIO 2013 – Sono le stagioni dell’”estremo desiderio” di Ovidio di tornare, delle sue ultime speranze; poi, piano piano, della rassegnazione.

Sono gli anni delle “Tristezze” composte nel Ponto Eusino. Due millenni fa, proprio il 12 o il 13 dopo Cristo quanto Ovidio scrive, ormai stava per spirare il grande Imperatore che aveva assicurato a Roma decenni di pace quasi assoluta. Le aspirazioni del Sulmonese hanno un termine preciso: il 19 agosto 14, quando Cesare Augusto muore ed egli comprende che le sue suppliche per il perdono non avranno più ascolto: meno che meno in Livia, vedova dell’imperatore e nel nuovo cesare, Tiberio.

Ciò che sconvolge Ovidio è trovarsi in una terra priva del sole della civiltà di Roma ed anche nella quarta elegia dei “Tristia” egli descrive le insidie  e la desolazione di una regione che fa più da teatro a pratiche cruente che a ambientazione dei miti a lui cari, celebrati nelle Metamorfosi. Ovidio l’ha detto già alcune volte: egli teme continuamente le incursioni dei nemici che stanno al di là di un confine dell’impero tutto sommato non proprio segnato: le scorribande dei barbari lo destabilizzano, egli finanche trova difficile prendere lo stilo e versare sulle tavole le tempeste emotive che lo scuotono più di quelle dei venti del gelido “Istro”, il Danubio, che sfociava a poche miglia dal luogo della sua relegazione. Terribili sacrifici umani sono compiuti non lontano da quella terra, come quello di Ifigenia, che sull’altare di Artemide stava per uccidere il fratello Oreste e l’amico Pilade, non avendoli riconosciuti. C’è tutta la negazione della “pietas” dei Romani, e una terra del genere, cruenta e barbara, non può essere la sua, quella di Ovidio:

Io spero in un esilio solo un po’ più mite, e in un luogo

che più lontano sia dal crudele nemico

e per quanta clemenza c’è in Augusto, semmai qualcuno a lui

per me questo chiedesse, forse egli lo darebbe.

Mi chiudono le fredde rive del Ponto che è detto “ospitale”

e che gli antichi dissero invece “inospitale”,

giacchè non moderati sono i venti che battono quel mare

e non facili approdi trova straniera nave.

Intorno sono genti per cui il saccheggio è pratica di morte

e quanto l’acqua infida la terra fa paura.

Quegli uomini che sai del sangue umano amanti, quasi sotto

l’asse della medesima stella hanno dimora.

Né lontano da qui è il luogo dove in Tauride l’altare

della dea faretrata di dura strage è sparso.

Queste terre, un tempo non odiose ai malvagi e non dai buoni

desiderate, erano i regni di Toante.

Qui la vergine Pelopeia per la sostituzione della cerva

grata alla dea il culto ne onorò in tutti i riti.

E allorchè vi giunsero, se pio o criminale non saprei,

Oreste stesso dalle sue furie inseguito

e il compagno focese autentico esempio di un amore,

che erano due corpi e un’anima sola,

subito, incatenati sono condotti al tragico altare,

che insanguinato stava presso la doppia porta.

E né l’uno né l’altro temeva la sua morte, ma ognuno

era mesto intuendo la fine del compagno.

Già la sacerdotessa col coltello insanguinato aveva cinto

con la benda barbarica le greche loro chiome,

quando dalle parole scambiate riconobbe suo fratello

e invece della morte lo strinse in un abbraccio.

Felice, ella la statua della dea che i crudeli riti odia

da quelle trasportò in migliori contrade.

Questa regione dunque, l’ultima quasi del mondo immenso,

evitata da uomini e da dèi mi sta accanto.

Prossimi alla mia terra sono esecrandi riti, se soltanto

può essere di Ovidio una barbara terra.

Voglia il cielo che i venti, dai quali Oreste fu portato via

rendano anche al dio placato le mie vele!

(Tristia, IV, 5 vv 51-83)

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