Ayala va in pensione. Fu il pm del maxi-processo alla mafia

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12 GENNAIO 2012 – Dovrebbe avere una fervida fantasia un giudice che, al suo primo incarico e fresco ancora del concorso e del giuramento, provi ad immaginare quale sarà l’ufficio che segnerà il suo ultimo giorno di lavoro, la sua ultima sentenza, l’ultima camera di consiglio con i colleghi. Giuseppe Ayala,

 quando si arruolò (perchè di guerra si è trattato per lui) mai avrebbe pensato di varcare la soglia di una… palazzina costruita in una zona abbandonata davanti alla stazione di una cittadina semi-abbandonata, decadente, lontana dai traffici della mafia e del malaffare, insomma vicino a quello sgangherato palazzo dell’archivio, rimesso a nuovo dopo il terremoto e affiancato da un cerchio di stanze, corridoi, aule di udienze che ospita oggi la Corte d’Appello.

Eppure, davanti ai pochi che si trovavano per caso o per altri motivi all’ingresso della Corte d’Appello dell’Aquila, è passato il profilo elegante di Giuseppe Ayala, che qualche anno fa era approdato a L’Aquila, terminato che era per lui un periodo di aspettativa per attività politica e quando si sopivano gli echi del  maxi processo di Palermo, quello che inchiodò centinaia di imputati di mafia e segnò la svolta della lotta all’organizzazione dimostrando che la giustizia funzionava bene con il codice “inquisitorio” solo che a manovrarlo fossero uomini in grado di farlo.

In punta di piedi Ayala va in pensione, in un ufficio della repubblica a pochi chilometri dai centri del potere e lontano dalla sua Sicilia; lontano anche, nel tempo, da quella conclusione del processo della sua vita di magistrato, che lo fece rimanere immobile, come racconta nel suo “Chi ha paura muore ogni giorno”. Dopo la sentenza non aveva neanche più i… contatti con le gambe e dovette rimanere seduto, tale era stato il contraccolpo emotivo per il risultato che il presidente del collegio aveva letto anche per lui, pubblico ministero che per mesi di dibattimento aveva dovuto navigare tra decine di migliaia di fogli processuali, senza neanche il supporto informativo che oggi va tanto di moda.

Se una maga gli avesse detto quaranta anni fa che la sua pensione sarebbe incominciata davanti alla stazione dell’Aquila, in quella palazzina, Ayala si sarebbe torturato a pensare quale ciclone incombeva sul suo destino, al punto da finire vicino ad un fabbricato costruito per un archivio polveroso: anzi, peggio, in uno stanzone di un archivio abbandonato perchè costruito su un terreno scalcinato e per l’ostinazione di costruire anche dove è impossibile all’Aquila. E invece esce da presidente di sezione di una Corte d’Appello, con il problema di un giovane pensionato, che è problema di scelta di quello che si potrebbe fare domani e poi dopo-domani e poi, ohibò, per tanti giorni ancora.

C’è da prevedere che non andrà sulla tomba di Giovanni Falcone, perchè, come ha dichiarato al “Corriere della sera” nel 2006, non si rassegna all’idea che sia morto. Di certo a lui e a Borsellino ha pensato quando ha tenuto la prima udienza all’Aquila: anche di questo parla nel suo libro, in un bilancio che, quando si placano i clamori e le bombe, tutti, più o meno giovani, sono indotti a fare, in… punta di piedi.