Virgilia D’Andrea raccontò il terremoto di Avezzano
12 GENNAIO 2015 – Non sono le parole di un cronista quelle che vengono fissate dalla penna di Virgilia D’Andrea (nella foto del titolo), coinvolta nel terremoto del gennaio 1915 nella Marsica, quando aveva 27 anni. La “maestra” di Sulmona, fine letterata che scuoterà l’America negli anni Venti con una serie di travolgenti conferenze e che morirà a New York, dove è sepolta nel cimitero di Astoria, per un carcinoma dal quale subirà dolori lancinanti, ricorda “Una scossa formidabile, un traballare spaventoso della casa: lo squarciarsi ed il rinchiudersi delle mura: tragiche voci, rauche di disperazione, invocare sant’Emidio: e poi, su di me, lo sfasciarsi ed il crollare della vòlta a crociera: infine il silenzio e l’immobilità del sepolcro. Provai io, a quell’improvviso, folle e cieco furore della terra, provai io lo spavento disperato della morte? Certo, nella più nascosta e profonda intimità dell’essere nostro, deve tenersi celata una sconosciuta energia, che viene d’improvviso a galla, a difenderci ed a sostenerci in quell’ora suprema. Se non fosse così l’umanità dovrebbe morire mordendosi le mani. (…) Raggomitolata sotto i mattoni e i calcinacci, imponendomi l’immobilità più assoluta, trattenendo perfino il respiro, io avevo atteso, e non senza emozione, la replica della scossa. Poi avevo cominciato a dare un assetto alle idee, che si erano smarrite e sconvolte. Viva? sì, viva, dal momento che tale mi sentivo. Bisognava adesso cercare d’uscire pian piano da quella tomba, che di certo non doveva essere profonda. Io avevo avuta l’esatta percezione di non essere precipitata. Il pavimento aveva resistito: le grosse travi si erano ritrovate nelle solide incassature alla fine dello sconquasso tremendo. (…) Una piccola nidiata di fanciulli, i miei alunni più cari, terrei di spavento e fradici di pioggia – adesso il cielo piangeva sulla crudeltà di quel terrore – mi ripetevano una parola, una desolata parola : Maestra! Oh! Maestra! (…) Tutto era adesso un ammasso di rovine fumanti, di macerie giacenti alla rinfusa, bloccate dalle frane che avevano coperto le strade e spezzato i ponti, e minacciate da larghi, orribili e profondi squarci della terra. Di quella terra, che fra non molto, al cadere delle notti, avrà dei boati spaventosi e infernali, seguiti da scosse a ripetizione; boati simili a ruggiti di leone ciclopici, che racchiusi nelle profondità degli abissi, si fossero d’improvviso destati, e avessero addentato il ventre di quella smisurata oscurità”.
Il rapporto con i suoi alunni caratterizzerà gli anni giovanili di Virgilia, gli anni fatti di fervore letterario e di silenziosa sottomissione ad ogni tipo di autorità: quella pubblica e quella delle suore tra le quali trascorrerà la sua adolescenza. Poi subentrerà la consapevolezza di una missione politica nella società dell’epoca, violenta, assetata di esempi di giustizia per i molti capovolgimenti della guerra e delle nuove carestie, dei nuovi arrivismi.
Quindi l’impegno anarchico, che solo negli “States” riuscì a sbocciare in tutta la sua maturità, sotto la luce degli esempi di Sacco e Vanzetti (poco più di dieci anni fa, finalmente, Boston ha riabilitato i due eroi italiani quali vittime della giustizia americana che molti continuano ad osannare perchè rapida e implacabile). Una parentesi anch’essa dolorosa, sebbene emozionante, della quale – secondo una interpretazione corrente, ma restrittiva – i prodromi sarebbero da ricercarsi nel tragico fatto di sangue al quale Virgilia, da bambina e già orfana di madre, dovette assistere di persona: l’uccisione del padre e di due dei fratelli (un altro fratello, Ugo, sarà gerarca e giornalista de “Il Giornale d’Italia”, ma schierato politicamente su un fronte ormai inconciliabile con la scelta della poetessa). Episodio che avrebbe segnato la sulmonese, imprimendole l’ansia continua di riscatto contro le ingiustizie, a costo anche di passare per la demolizione della autorità costituita.
In realtà, l’impegno di libertà assoluta deve averla illuminata nei tempi (successivi di molto all’omicidio) dello studio intenso dei suoi autori: “Leopardi, Ada Negri, Rapisardi, Carducci, Targhetti… – li elenca proprio lei ne “Torce nella notte” – Cari, cari, cari! Dolci amici sempre buoni e fedeli. Amici che non dimenticano mai. Amici di tutte le ore, sempre pronti all’indulgenza e al perdono”, persone di statura civile e impegno letterario che non l’hanno lasciata appassire sull’accademia e sulla celebrazione estetica. Dalle pagine descrittive del terremoto di Avezzano emergono un equilibrio ed una saggezza laica, il chiamare a raccolta le energie “del momento estremo”, quelle che la cultura ha dato alle menti, cioè a quelle “torce” che illuminano il buio della notte dell’incultura e della sopraffazione. E’, in fondo, la tematica del suo ultimo libro, che vedrà le stampe qualche ora prima di quell’alba dell’11 maggio 1933, appena in tempo per essere accarezzato dalla stessa autrice che si spegneva nell’ospedale della 105^ strada di New York.






