BUIO FITTO SUL PALAZZO DELLA PROVINCIA MA SFOGLIANDO TRA MILLE CARTE…

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RICOSTRUZIONE DELLA PROPRIETA’ E DELLE VICENDE ARTISTICHE DI UN ALTRO PALAZZO MAZZARA

5 GENNAIO 2020 – Dal dott. Sergio Graziani riceviamo e volentieri pubblichiamo:

“Roberto Carrozzo e Enrichetta Santilli, in un pregevole saggio di qualche anno fa, hanno raccontato, sulla base di una approfondita ricerca documentale, le vicissitudini che hanno interessato nel corso dei secoli il cosiddetto Palazzo della Provincia in Sulmona. Carrozzo ha indagato, a partire dalla fine del 500, sulla proprietà, così come è andata a configurarsi nel tempo in base alle notizie e agli atti rinvenuti nei vari archivi storici. La Santilli, sempre sulla base di analoga documentazione, ha concentrato la sua attenzione sui dipinti murali tuttora esistenti nel cortile interno di detto palazzo e consistenti in affreschi monocromi, raffiguranti scene di battaglie ambientate in un contesto chiaramente rinascimentale (i dipinti sono in tutto undici e denotano purtroppo le ingiurie del tempo, per essere stati lasciati all’aperto senza alcuna protezione). Per la pregevolezza dell’esecuzione, sono praticamente gli unici elementi che in passato hanno suscitato l’interesse di storici e studiosi per il palazzo in questione. Il caso ha voluto che il saggio dei due autori riemergesse dalle carte da me possedute e mi spingesse a una rilettura tesa a rinverdirne il contenuto. L’approfondimento non è stato privo di sollecitazioni per gli argomenti trattati e per la stessa interpretazione da dare agli stessi, alla luce della ineluttabile frammentarietà delle notizie recuperate. Con l’occasione mi sono soffermato anche su un secondo lavoro della Santilli, che integra e puntualizza il primo. Al riguardo devo segnalare che un aiuto imprevisto, per quanto riguarda le pitture murali, mi è pervenuto, come dirò, in occasione della recente presentazione nella cattedrale di Sulmona ( 16 sett. 2017 ) del libro su S.Panfilo di Ezio Mattiocco, fatto che invero è stato determinante per la nascita del caso. Tuffarsi nella lettura delle antiche carte è sempre stimolante anche per la non sempre nascosta speranza di scoprire del pulviscolo rimasto nascosto sotto il tappeto del tempo. Seguendo l’impostazione data al saggio dai due autori citati , tratterò prima la parte relativa alla proprietà del palazzo e, a seguire, quella relativa agli affreschi; il tutto dietro rilettura dei tanti documenti.

IL PALAZZO E LA SUA DESTINAZIONE

Le vicende del palazzo negli anni antecedenti l’ultima decade del Cinquecento restano avvolte nel mistero non essendo stato possibile reperire documenti al riguardo. Nulla si sa sull’anno della sua costruzione e tanto meno chi ne fossero stati i proprietari. Per quanto è possibile desumere dalle notizie reperite, il palazzo, chiaramente di prestigio, aveva già in precedenza avuto un ruolo significativo nel contesto dell’assetto urbanistico della città (riprenderò l’argomento nella seconda parte di questo scritto). Un palazzo di tal fatta doveva per forza avere alle spalle una storia di tutto rispetto. Peccato che le carte reperite non ne facciano cenno.
Le notizie fornite da più fonti circa la destinazione cui era adibito (in tutto o in parte, come si vedrà) detto palazzo, riportano come comunemente accettata quella concernente la presenza in esso della Tesoreria Regia per gli Abruzzi. Come spiega il Carrozzo detta istituzione, risalente già al periodo angioino, era conseguente alla ripartizione territoriale in uso nel regno, in base alla quale ciascuna provincia aveva, quale collettore delle imposte, una propria tesoreria, emanazione dalla Tesoreria Generale del regno.
Sulla permanenza di detta tesoreria a Sulmona, almeno per quanto riguarda i secoli XVI e XVII, non sembrano esserci dubbi, così come si desume dai documenti di archivio. Meno sicura, e non solo per difetto di notizie, la sua costante ubicazione in detto palazzo, in merito alla quale indicazioni di una qualche attendibilità sembrano aversi a partire dalla seconda metà del Cinquecento, allorché Giulio Baldassarre, tesoriere del regno, acquista dai fratelli che ne erano comproprietari (i tre fratelli Baldassarre avevano ereditato l’immobile dallo zio Antonio, anch’egli tesoriere del regno), la residua parte proprio di detto palazzo, la cui individuazione, nell’atto di acquisto, risulta peraltro inequivocabile.

Ora l’assunto è che l’acquisto da parte del Baldassarre, tesoriere del regno, del palazzo (o, come visto, la restante parte di esso) faccia coincidere lo stabile con la sede della tesoreria. Lo storico Di Pietro (1756-1825) sembra avvalorare tale tesi allorché, parlando del palazzo, riporta la notizia che “….nei tempi antichi era servito di residenza ….ai Regi Tesorieri“. Ma è stato proprio così e per l’intero palazzo ? Qualche perplessità nasce dall’esame del documento (1627), riportato dal Carrozzo, in cui vengono elencati, nel passaggio di consegne dall’uscente tesoriere
(Domizio Candido) al nuovo (Fabio Guardia) , gli arredi della tesoreria, distribuita, come sembra emergere dall’atto, su un unico piano. Al di là di non meglio specificati quadri con l’immagine di imperatori (sono forse le pitture murali?), gli arredi descritti sembrano consistere in oggetti di modesto e nullo valore, certo non indicativi di una abitazione di persone agiate, anzi, al contrario, tipici mobili da ufficio e come tali, come avviene sovente, lasciati deperire per mancanza di cura e manutenzione. Quando nel 1630, quindi solo tre anni dopo, la Regia Corte procede al sequestro cautelativo nei confronti del tesoriere G.B. Alessi, gli arredi descritti nell’atto di sequestro, ricadenti
ovviamente nella sfera privata dell’interessato, erano di ben altro valore, comprendendo anche quadri di pittori fiamminghi. Per quel che si sa il palazzo era costituito certamente da più piani.
Allora viene da chiedersi se tesoreria ed abitazione coincidessero o non fossero invece corpi separati ubicati, magari, nello stesso palazzo. La propensione a considerarli separati viene dall’esame di diversi documenti. Uno per tutti è l’atto con cui la Regia Camera della Sommaria, accogliendo la richiesta di G.B. Mazzara (1653), cede allo stesso, a compensazione, l’immobile in Sulmona, indicato nell’atto come “ bene risultante dalla confisca esercitata sul vecchio tesoriere Baldassarre “ ben quarantaquattro anni prima. Se l’immobile era il risultato di una confisca vuol dire che anteriormente non rientrava nei beni demaniali ma nella sfera privata del tesoriere. In tal caso la funzione di tesoriere dove era stata svolta? In un ufficio all’uopo preposto o esercitata nella dimora privata del tesoriere? Ed i tesorieri che si sono succeduti al Baldassarre (e sono diversi) dove hanno svolto il loro compito? Certo non nella parte “privata” del palazzo, tenuto conto che nel tempo intercorso dalla confisca (1609) all’alienazione al Mazzara la documentazione d’archivio segnala per lo stesso diversi passaggi di proprietà, passaggi che confermano essere il palazzo (o parte di esso) un corpo distinto dalla sede della tesoreria, la quale, ove fosse stata ancora ospitata nell’immobile oggetto di confisca al Baldassarre, era rimasta sempre nella disponibilità della Regia Corte fino alla
cessione al Mazzara nel 1653. Nell’atto di acquisto del 26 novembre il Mazzara prende possesso del palazzo..in pluribus membris inferioribus et superioribus, cioè consistente in molteplici stanze distribuite almeno su due piani. Ben diverso dalla descrizione fatta per la tesoreria nell’atto delle consegne sopra menzionato. La tesoreria era allora fuori del palazzo? Comunque sia l’potesi dei due corpi separati sembra prendere piede.
Con il Mazzara la proprietà del palazzo segue mutazioni a seguito di lasciti ereditari o asse dotale fra consanguinei ed affini. Purtroppo rimane incerta la sorte della tesoreria della quale, dopo l’acquisizione del Palazzo da parte del Mazzara, non si hanno più notizie. Sembra peraltro potersi escludere che detto ufficio, se ancora in vita l’istituzione, possa essere rimasto nel palazzo suddett(non risulta che il Mazzara avesse anche le funzioni di tesoriere).
Per dovere di testimonianza devo specificare che il Carrozzo nel trattare l’argomento si sofferma ampiamente anche su altre vicende ed argomenti che hanno ruotato intorno al palazzo e alla stessa organizzazione amministrativa del Regno. Per alcuni di questi, come per esempio i dipinti, rimando alla seconda parte del presente scritto. Per chi fosse invece interessato ai dettagli della trattazione del Carrozzo, come pure per gli approfondimenti sui due testi della Santilli , non resta che la lettura dei relativi documenti.

I DIPINTI MURALI DEL PALAZZO

Come anticipato, le pitture esistenti nel cortile interno del palazzo costituiscono il vero punto di interesse dell’edificio in quanto singolare testimonianza di munificenza, glorie antiche e cultura. Gli affreschi sono indicativi di un ambiente colto, che solo l’aristocrazia poteva permettersi nel periodo
(fine Cinquecento, inizi Seicento) al quale possono farsi risalire. A quest’ultimo proposito la Santilli, come si vedrà, offre parecchi spunti, sui quali non mancherò di richiamare l’attenzione del lettore.
Per inquadrare il tema riporto però quanto scritto da Ignazio Di Pietro, storico sulmonese (1756- 1825), nella sua opera “Memorie storiche degli uomini illustri della città di Sulmona”, dove, riprendendo quanto già pubblicato dall’Origlia nel 1756, si sofferma sulla descrizione del palazzo con il brano che segue:

“Questo Palazzo magnifico per le fabbriche, per la sua grandezza e per l’eccellenti pitture a chiaro scuro, che sono nel nobile cortile, che si vogliono dai Professori del pennello del Polidoro della scuola di Raffaele d’Urbino… richiamano la frequente curiosità degli intendenti forestieri.”
La citazione del Di Pietro è una conferma del valore attribuito alle pitture, considerandole fra l’altro anche lui antiche. Il Carrozzo fa sapere di una postilla apposta sul manoscritto originale dell’opera nella quale, con riferimento proprio alle pitture, Filippo De Stephanis di Pettorano contesta la datazione ritenendo le stesse non anteriori al…principio del Secolo 18. La Santilli saggiamente fa cadere la polemica, ritenendola pretestuosa e del tutto priva di fondamento e si esprime invece, senza sbilanciarsi troppo circa l’attribuzione dei lavori, a favore del giudizio dei Professori riportato dal Di Pietro. Aggiunge che la tecnica dell’affresco monocromo era molto in voga negli ambienti romani e vaticani ove Raffaello e i suoi discepoli (Polidoro e Maturino sono fra questi) avevano avuto modo di esprimersi. Quindi l’ambiente pittorico nel quale ha preso corpo la tecnica e la scuola incomincia a delinearsi. In un altro suo lavoro circa le pitture del Palazzo della Provincia in Sulmona la Santilli (a integrazione e rettifica del primo) riferisce della notevole somiglianza di dette opere con quelle realizzate dal pittore Bernardo Castello per illustrare la Gerusalemme Liberata del Torquato Tasso, nell’edizione del 1590 e successive. La Santilli, in mancanza di specifiche notizie, finisce col propendere per la tesi che presenta le pitture sulmonesi come solo ispirate ai lavori del Castello, cioè
come copie fedeli eseguite però in epoche successive ai tempi in cui visse il pittore. La biografia del pittore, e così anche la Santilli, riferisce che lo stesso era grande amico del Tasso e aveva soggiornato per molto tempo a Roma, dove aveva avuto modo di studiare Michelangelo e Raffaello, avere contatti con il Cavalier d’Arpino e ricevere importanti commissioni da parte di eminenti personaggi. Il riferimento alla scuola di Raffaello avanzato dal Di Pietro per gli affreschi di Sulmona, o, come è stato detto in tempi più recenti (Prof. Claudio Strinati, esperto d’arte), alla scuola del Cavalier d’Arpino, non sembrano pertanto del tutto campati in aria.
Resta tuttavia ancora in sospeso l’attribuzione delle opere ad uno specifico pittore da collocarsi in un lasso di tempo ricadente fra la fine del XVI secolo e le prime decadi di quello successivo (la Santilli prolunga il periodo fino agli ultimi anni del secolo).
Riassumendo, si sa che le opere di Sulmona possono farsi rientrare nel filone dei discepoli di Raffaello, che Bernardo Castello ha soggiornato per lungo tempo a Roma, che lo stesso Castello era intimo amico di Torquato Tasso.

Per completare il quadro dei riferimenti occorre ora spostarsi da Roma e portarsi a Sulmona, per verificare le presenza o meno di personaggi in qualche modo legati alle persone menzionate. Qui soccorre il mai abbastanza apprezzato lavoro di Monsignor G.Celidonio sulla storia della diocesi di Valva e Sulmona laddove, nel parlare della contea di Anversa, presenta figure che ben si inseriscono nel filone di ricerca che interessa. Come anticipato, in previsione della presentazione del libro su S. Panfilo, mi sono preso la briga di dare ancora uno sguardo a quel testo, la cui lettura ha fornito (così credo) utili elementi a supporto della ricerca sui dipinti del palazzo di Sulmona. Monsignor Celidonio riferisce che il conte di Anversa, Giamberardino Belprato aveva sposato Costanza della Noja, figlia del Principe di Sulmona Don Filippo de Lanoy. Il fratello del conte, Scipione Belprato, aveva uno stretto rapporto di amicizia con Torquato Tasso, con il quale aveva avuti scambi di corrispondenza ed al quale aveva elargito favori, al punto che il nome del Belprato è inserito dal Tasso fra i personaggi della sua opera. Fra l’altro Scipione Belprato ed il Tasso avevano soggiornato a Roma nello stesso periodo (è certa la loro permanenza nel 1592). Torquato Tasso, riferisce ancora il Celidonio, era cognato di Giambattista Manso il quale aveva sposato una sorella dei Belprato. La copiosa corrispondenza del Tasso con il Manso rende conto di come il poeta si avvalesse di questa quasiparentela per esprimere la sua dedizione (non sempre disinteressata ) al casato dei Belprato.
Passando dalla storia alle congetture, non sembra inverosimile che a Roma il Belprato abbia conosciuto Bernardo Castello, pittore, come tutti, alla continua ricerca di commesse e che, su interessamento del Tasso, si sia adoperato per far attribuire allo stesso l’esecuzione degli affreschi in Sulmona, nella sede prestigiosa in qualche modo sottoposta all’autorità del padre della propria cognata Costanza. Allargando il perimetro delle congetture non appare azzardato ipotizzare che il palazzo, per la sua riconosciuta opulenza, fosse addirittura l’abitazione del Principe. Tornando alle indicazioni fornite dai documenti, appare di tutta evidenza che, anno più, anno meno, i tempi collimano e i personaggi sono gli stessi. Sarebbe certamente privo di ragionevolezza un parere che non volesse tener conto di tante straordinarie coincidenze. D’altronde sembra assai difficile immaginare il pittore degli affreschi, ove fosse stata persona diversa dal Castello, intento a copiare anni dopo e in maniera così puntuale i lavori del collega. La comparazione delle pitture murali di Sulmona con i lavori di Bernardo Castello non sembra dare adito a dubbi circa l’attribuzione delle opere alla stessa mano (vedere le figure) e, ove accettata l’ipotesi, il tempo di esecuzione non può che collocarsi a cavallo dei due secoli, cioè negli ultimissimi anni del Cinquecento o nei primissimi del Seicento”.

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