25 GENNAIO 2011 – Il Sindaco di Roccaraso, Armando Cipriani, ha consegnato il piastrino di un soldato di Pietransieri morto in Russia nel 1943, Attilio Cicone, alla sorella Carmela (nella foto del titolo). La cerimonia si è svolta domenica 23 gennaio dopo la messa celebrata dal Vescovo di Sulmona, mons. Angelo Spina. Il piastrino, che è una piccola targa metallica nella quale sono incisi gli elementi essenziali per l’identificazione del soldato, era stato ritrovato da Antonio Respighi, del gruppo alpino di Abbiategrasso.
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Animo per pensare al fratello partito per la Russia non avrebbe potuto trovarlo Carmela Cicone, quando nel novembre 1943 vide la sua Pietransieri invasa dai tedeschi: non sapeva spiegarsi perchè quei giovani dal viso innocente, invece di collaborare con gli italiani e proprio in un posto così diverso dalla steppa dove erano alleati, occupassero paesi e città dettando le regole. Ma le ore confuse che tornano nella mente della signora Carmela sono proprio quelle della strage di Limmari, a due passi da Pietransieri (comune di Roccaraso), con il crepitio delle mitragliatrici che si sentiva fino alla piazza circondata dalle oneste case di montanari. Ricorda lo sgomento di quelle ore, poi un lungo silenzio, poi a notte altre sventagliate: sembrava che il mondo dovesse finire in una frazione dal mondo dimenticata. Erano arrivati con molta educazione i giovanotti della Wermacht, avevano dormito in uno scantinato in quindici e poi se ne erano andati salutando. Ma avevano aggiunto che, se fossero arrivati quelle delle SS…
Proprio così; e proprio quelli arrivarono.
Carmela ha pensato molto a suo fratello Attilio, di tre anni più grande di lei, che era tornato da poco dal fronte greco-albanese, per una licenza di un mese e per essere proiettato in Russia insieme alle “centomila gavette di ghiaccio”. Ma in quei giorni di Limmari pensare a lui non lo avrebbe salvato: era già morto, in una delle più colossali spedizioni verso l’annientamento. Il suo piastrino forse l’aveva raccolto qualcuno che non apparteneva all’”Armir” (l’armata italiana in Russia) e che l’ha passato di mano: di passaggio in passaggio, da Miciurinsk è arrivato a lei nei giorni scorsi, con una cerimonia molto postuma. E’ stato come mettere la parola “fine” dopo oltre 67 anni: un funerale fatto con le intenzioni, ma senza un corpo al quale affidare l’ultimo contatto fisico, quello che pare aiuti a dimenticare per sempre.
“Il piastrino era nelle mani di una persona che ne aveva tanti in un contenitore” ci dice Carmela, che ha uno sguardo di una serenità unica, accompagnata da molta rassegnazione. Dice tutto di sé all’ospite che non conosce e del quale si fida come fanno le persone buone: ha perso il fratello del quale scandagliamo insieme i sorrisi e le malinconie, ha perso il marito e, piaga più forte di tutte, i due figli, l’uno del 1948 (“Era poliziotto”) e l’altro del 1955 (“Era architetto”): “Adesso sono sola, completamente”. Le tiene compagnia vicino alla catasta di legna e alla stufa una amica magrissima ed elegante con il suo sguardo intenso, che delle fasi dell’eccidio di Limmari ricorda tutto per filo e per segno e comincia con il dire che i tedeschi trovati morti il giorno prima sulla strada non potevano essere stati uccisi da paesani: “Non c’è mai stata quella gente tra noi, qui a Pietransieri”. E poi trasmette ancora adesso l’angoscia degli incontri tra la gente che era viva e si raccontava vicendevolmente di quelli che erano stati presi e portati al massacro.
Carmela mostra le stanze della casa nella quale oggi abita al pian terreno, a una quarantina di metri dal sacrario dove sono collocate le lapidi degli oltre cento che morirono sotto il fuoco nazista: “Qui avevano attrezzato una specie di ospedale; io abitavo in un’altra casa” e indica al di là della piazza: “Ci dissero di andare via, chè era pericoloso rimanere in paese: di andare a Sulmona, all’Aquila”. Lei finì in Puglia. E con la fine della guerra cominciò la pesantezza di un conto che non tornava mai: quello di Attilio che tardava di giorno in giorno, di anno in anno, fino a quando la sua immagine non si è identificata con la steppa nella quale ormai era dato per disperso. Era volenteroso Attilio, pieno di entusiasmo: perciò, credere che quel piastrino sia un certificato di morte è un poco più difficile. Carmela si porterà accanto Attilio quando vedrà la vicenda che lei stessa ha raccontato a “Chi l’ha visto?”, intervistata in un angolo sperduto del mondo che per un giorno è stato sotto i riflettori. Un susseguirsi di timida solidarietà con i giovani che indossavano un’altra divisa e che andavano a morire; di eccidi; di odio furente; di orrore, e poi, con molta fatica, di speranza o forse soltanto di rassegnazione.
Testimone d’eccezione di questo incontro è stato Otello Pizzuti, che ha dedicato un pomeriggio alla visita della sconosciuta frazione di Roccaraso, facendo pervenire questo breve e intenso messaggio:
"..Ciao Vincenzo, ho letto il pezzo che hai dedicato all'Alpino disperso in Russia e, essendo stato testimone del colloquio tra te e Carmela, sono rimasto sbalordito di come sei riuscito con poche parole ed estrema limpidezza, a rappresentare gli episodi raccontatiti .... complimenti sinceri ed affettuosi Otello"





