IL SULMONESE HA RIPOSATO IN UNGHERIA, IL LUOGO CHE “IL FATO GLI HA DATO”
8 LUGLIO 2014 – C’è stato un tempo nel quale era possibile avvicinarsi ai resti mortali di Ovidio.
Poi, per tanti anni, non è stato concesso a molti: solo ai pochi che avevano conservato il ricordo del luogo. Poi ancora, nel 1508, la tomba di Publio Ovidio Nasone fu ritrovata: era a Sarvar, cioè quella che potremmo chiamare Sabaria. Dunque neanche a Tomi: forse un’anima pietosa accolse il desiderio, ripetuto mille volte dal Sulmonese, di lasciare i luoghi freddi e desolati della Romania, vicino ai barbari che minacciavano ogni giorno di sconfinare approfittando di una momentanea debolezza dell’esercito più forte del mondo. Si stava per chiudere il periodo più glorioso per Ovidio, quello medievale, se il medioevo finisce con la scoperta dell’America sedici anni prima di questo ritrovamento.
Una lapide che sembra scritta da lui
Non c’è il nome e il cognome del Sulmonese, ma fu scritto un epitaffio che nella sostanza è una lapide di identità di Ovidio: “Il fato è legge di necessità. Qui giace il vate che l’ira del divo Cesare Augusto costrinse a lasciare la terra patria. Spesso l’infelice desiderò di incontrare la morte nella terra patria, ma invano. Questo luogo gli ha dato il fato”. Chi altri poteva essere, se non lui? “Oggi queste tracce e quelle di altri monumenti sono scomparse, non sono scomparse però le tracce di Ovidio nella memoria dei posteri. Anche di questo tipo di sopravvivenza ci occuperemo ancora nei prossimi capitoli”. Così un documentato e rigoroso “Ovidio” del tedesco Ulrich Schmitzer, da poco tradotto in italiano da Mariella Bonvicini e stampato per la Clueb (pagg. 1-287) intraprende la ricerca e l’analisi di tutto quello che di nuovo e di antico si sa della vita del poeta che affrontò Augusto e da Augusto non fu mai perdonato.
Schmitzer riprende quello che trovò e annotò il sulmonese Giovanni Pansa nel 1924. Non ha potuto condurre indagini personalmente, ma almeno ci dà la certezza che di una tomba di Ovidio non si hanno più tracce e ormai, dopo 500 anni, non è più il caso neppure di cercarla. “Questo luogo gli ha dato il fato” deve essere stato scritto da chi amava molto Ovidio per averlo letto e per aver assorbito una certa terminologia che, spesso accade, si trasmette dal maestro al discepolo, dal caposcuola all’apprendista, dal grande poeta all’umanista: “Hunc illi fata dedere locum” sembra di poterlo ritagliare nelle conclusioni di una delle mille metamorfosi dei personaggi ovidiani. Sembra di leggere la chiusura di un gruppo di esametri per dire come al fanciullo non sia più consentito guardare la sua immagine sul filo dell’acqua, al giovane non più giocare con il cervo per essere stato trasformato in cipresso e poter vestire in eterno il lutto di tale immensa scomparsa, alla ninfa non più guardare il figlio e abbracciarlo perché collocato in una orbita diversa dalla sua. E così via, fino a giungere a qualcuno che, per aver letto e forse imparato quegli esametri, ha colto Ovidio nel suo ultimo atto: quello di inabissarsi per scomparire per sempre agli uomini e abbracciare il regno di Plutone dal quale non si ritorna.
Una profonda, nuovissima analisi dalla Germania
E’ molto profondo l’”Ovidio” di Schmitzer, che ha i mezzi e la tenacia di leggere tutti i possibili sottintesi nei quali si poteva esprimere un perseguitato dal Principe; riesce a ideare dei “link” molto suggestivi. Lo studioso tedesco afferra anche una profezia di Ovidio che si rivolge ai propri lettori dicendo che sarà letto “plurimus”. Secondo Schmitzer “profetizza dunque che offuscherà la fama degli altri autori di tutti i tempi. Non aveva del tutto torto, poiché accanto a Omero, ai tragici attici e a Virgilio egli è fra gli autori che hanno contribuito maggiormente a che il mondo antico e la sua letteratura non cadessero nell’oblio – e ciò vale non solo per l’aetas Ovidiana, ma anche per il Rinascimento e la prima età moderna”.
Lo studioso tedesco dispera per adesso di scegliere, con definitiva attendibilità, tra le ipotesi che hanno portato alla relegazione del Sulmonese. Ipotizza che Ovidio abbia assistito all’incesto di Augusto con la figlia Giulia; oppure che abbia visto la moglie di Augusto “Livia nuda nel bagno o nell’atto di miscelare il veleno” ed è portato ad escludere che Ovidio stesso abbia avuto “rapporti sessuali con Livia Augusta, infatti se questa fosse stata la causa, Cesare avrebbe divorziato da Livia e la pena per l’adulterio sarebbe stata la morte, non la relegazione”. E non trascura l’ipotesi che si sia infilato nella assai procellosa navigazione per la designazione del successore di Augusto. Ma alla fine non propende per una soluzione e afferma che “non c’è nemmeno da aspettarsi che questa lacuna della filologia ovidiana possa essere colmata in un prossimo futuro, se non viene in aiuto un approccio veramente nuovo e impensato all’interpretazione o se non affiora qualche nuova external evidence”.
E le biblioteche di Pompei potrebbero svelare il mistero
Una ipotesi la accarezziamo, da quando abbiamo saputo che Pompei nasconde ancora piani e piani di edifici che erano carichi di libri e di rotoli, di papiri e di tavolette. Lì potrebbe essersi inabissato il resoconto di quell’anno 8 d.C. nel quale il decreto scritto direttamente da Augusto (cosa rarissima) proiettò il poeta a Tomi. Coperto di quel tanto da conservarlo per duemila anni, ma non tanto sepolto da arrivare fino a Plutone.
Nella foto del titolo: acquasantiera nella Chiesa dell’Annunziata a Sulmona, accanto alla “Domus di Arianna” di epoca imperiale. Sotto: l’opera di Schonfeld per la “Tomba di Ovidio”







