CEREALI & BENESSERE: BINOMIO VALIDO FINO A UN CERTO PUNTO

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A PETTORANO  IL CULTO DEI BENI DI CERERE

 9 GIUGNO 2012 – Per comprendere l’essenza dell’equivoco tra il benessere e l’abbondanza nel mangiare bisogna andare non molto indietro nel tempo: si potrebbe attingere alla relazione che Pasquale Orsini terrà alla “Festa dei Cereali” nel castello Cantelmo oggi  a Pettorano sul Gizio dalle ore 18 : “Alimentazioni delle classi subalterne tra Medioevo ed età moderna”. Nella foto a sinistra: Il ratto di Proserpina, di Joseph Heintz (Heintz il Vecchio)

Un luogo comune del cinema

Ma è sufficiente pensare a come il cinema, fino a cinquanta o sessanta anni fa, ha celebrato i fasti dei buoni ed interminabili banchetti, della crapula come sistema ed aspirazione di vita (nella foto in basso: Totò in “Miseria e Nobiltà”). In verità, l’abbondanza dei cereali è stata sempre il maggior conforto e Cerere in persona ha costituito l’esempio di felicità più appagante: la dea delle messi, quella che si osannava soprattutto nei mesi di giugno e luglio, era il rassicurante approdo delle “classi subalterne” per l’alimentazione e la sconfitta delle carestie.

Opportuna, quindi, la visita che nella “Cerealia” di oggi sarà svolta nel Palazzo Vitto-Massei proprio a Pettorano, visto che lì si può leggere un’epigrafe di una sacerdotessa di Cerere. L’Archeoclub ci si è messo d’impegno a riscoprire una festa ed un filone pagano che si potrebbe dire non si è mai spento, ma si è trasformato fino a quando i cereali non hanno rappresentato l’eccesso e l’appesantimento, come in tutte le società più evolute sotto il profilo alimentare e, quindi, meno legate al grano. Ma ci sono voluti millenni per scardinare questo abbinamento della felicità. Alessandro Bencivenga, presidente del club, riferirà sul “Culto di Cerere tra i Peligni” ed ha ripreso la frase degli Amores, nella quale Ovidio parla della sua terra “ferax Cereris multoque feracior uvis”. Frase che è servita per millenni a descrivere Sulmona o, meglio, la Conca peligna.  Aurelio Manzi parlerà dei “Primi cereali coltivati in Abruzzo”; Donato Silveri, con “Il grano solina: testimonianza antica, sapore attuale”, concluderà il simposio.

I regali della madre Cerere…

Una scelta attenta quella di riconsiderare la dea dell’abbondanza, alla quale Ovidio ricollega la vitalità stessa del mondo che si organizza in modelli sociali: “Per prima Cerere smosse con l’aratro adunco le zolle, per prima dette messi e alimenti pacifici alla terra, per prima dette leggi: tutto è dono di Cerere” scrive nel quinto libro delle “Metamorfosi”. Una immagine profondamente materna: una dea Bona che provvede di tutto gli uomini, anche delle leggi che sono il primo fondamento del vivere nella prosperità perchè evitano il contrasto continuo del caos e della insensata prepotenza. Ma la descrizione di Ovidio è, come sempre, gravemente matura e non distante da una verità amara: che nel caso di Cerere è la perdita del rapporto materno con Proserpina, rapita da Plutone. Nella foto : Cerere, Scuola di Simon Vouet

…e il furto peggiore per una madre

Ovidio sa essere tragico più dei tragici, perchè ambisce solo a narrare la verità: “Intanto Cerere, angosciata, cercava invano la figlia, per ogni terra, per ogni mare. Né l’Aurora, quando arrivò con i suoi capelli rugiadosi, né Vespero la videro mai  riposarsi. Essa accese alle fiamme dell’Etna due torce di pino,  e tenendone una in ciascuna mano vagò senza requie nella notte brinosa”. Fino alla supplica della dea a Giove, alla intercessione per riavere quella figlia d’oro: “Se io madre non conto nulla, commuoviti comunque per tua figlia; e spero che il fatto che l’abbia partorita io non t’induca a curartene di meno!”

“Se chiami ritrovare il perdere con più certezza”

E la consapevolezza, la mortificazione che a rapire quel bene più caro fosse stato il dio del sottosuolo: “Ecco che dopo tanto cercare l’ho ritrovata, se chiami ritrovare il perdere con più certezza, o se chiami ritrovare il sapere dove sia finita. Che sia stata rapita, pazienza! Purchè lui la renda! Tua figlia non può infatti sposare un predone, anche se per caso come figlia mia lo potesse”

Totò in “Miseria e nobiltà
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