CERTAMEN – IL LICEO, PRIMA SCUOLA DI SCEMPI

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RACCONTO NOTTURNO DI GRANDI DOCENTI E GNOMI ESAMINATORI

12 APRILE 2014 – Si aggirava lento e silenzioso nelle strade del centro storico arroventate dall’afa di una giornata che solo quella valle umida e profonda poteva regalare nelle ultime sere di luglio, quando riconobbe un ragazzo che prendeva il fresco come lui, accompagnato da persona molto più avanti negli anni. L’accostamento lo incuriosì e la presenza della avanzata calvizie accanto alla esuberanza giovanile lo rassicurò, al punto che proruppe in una confessione liberatoria: “L’allievo non ha avuto la votazione che meritava”. Anticipò di qualche ora, non richiesto, la notizia che sarebbe esplosa dall’esposizione dei “quadri”, già allestiti nell’ingresso dell’ex collegio dei Gesuiti. “Ma – aggiunse – cosa fatta, capo ha”, come se parlasse a se stesso per rassicurarsi ancora, per pacificare una coscienza che rimordeva più di ogni altro scrupolo della sua vita di professore ed esaminatore della maturità classica. Raccontò, ai due interlocutori notturni, una vicenda che assumeva i contorni di una storiella. I due stentarono pure a credere che l’uomo, peraltro autorevole nelle sue pause e nella inflessione, fosse attendibile.

Una disfatta morale

Poi andò al punto e seguitò il racconto come se fosse un soliloquio triste, la narrazione di una disfatta morale, il traguardo di una vita fatta di piccoli compromessi per sopravvivere e trascinarsi. Insomma, emersero i contorni di un non-protagonista, che esponeva la via crucis di chi è costretto ad accettare le ingiustizie più profonde e non riesce ad evitarle, ma saprebbe come evitarle. Il più adulto dei due interdetti ascoltatori vi rivide alcuni personaggi dei romanzi contemporanei che leggeva avidamente e che pensava scaturiti dalla pura fantasia. Invece lo sconfitto era davanti a lui e gli dimostrava tutta la sua angoscia profonda. “L’allievo mi guardava intensamente nelle prove orali prima della sua, quando i candidati vanno a sentire che tipo di domande vengono fatte. E io ho capito perchè”. Sembrava l’omicida che diceva al commissario di polizia “Io non volevo”. Poi il suo sguardo cessò di fissare il vuoto e si pose su quello che, con professionalità, aveva chiamato l’”allievo”. “Ho capito da quegli sguardi che Lei sapeva tutto quello che era successo. Ricorda che dopo la prova scritta di latino un commissario fu sostituito?” Come non ricordarlo? Ma si era detto che era stata una questione di cuore; e poi era finita lì, senza scossoni per l’esame. “E ricorda che si disse che era stata introdotta una copia della versione?” Come no, anche quello il giovane ricordava, ma la copia si disse che era finita tra le ragazze; la fila di banchi nella quale lui si trovava era stata raggiunta, invece, come nelle previsioni, dalla versione tradotta dal primo della classe, che normalmente faceva in modo che tutti fossero soddisfatti, perchè tutti i sapienti sono anche generosi. Tra l’altro, non si era servito di quella traduzione perchè era giunta talmente in ritardo che lo aveva confortato solo nella scelta di qualche forma un po’ più difficile da rendere in italiano della prosa di Cicerone, peraltro bella e affascinante. “Invece la sostituzione del commissario era dipesa proprio dalla sua intenzione di portare lo scandalo a livello ministeriale” aggiunse sussurrando il professore in cerca di fresco e di compassione nella notte sulmonese. “Così, in sede di valutazione ci siamo imbattuti nella notizia che l’allievo era anche giornalista”.

Riscontri inquietanti

Oddio, questo è vero: era il primo impatto con la realtà in quella storia assurda e paranoica. E una frase pronunciata durante gli orali dal presidente della commissione riemerse tra gli inutili ricordi di una sessione di esame, di quelle che non servono a niente nella vita se non a rievocare le ansie e le paure, cioè a vivere come Socrate e Seneca, Ovidio e Catullo non hanno mai insegnato a vivere. “Il suo tema è scritto in stile giornalistico” aveva sentenziato il presidente. “Beh, veramente, lo stile giornalistico è considerato un pregio, basta sentire quello che si dice di Montanelli”, aveva risposto l’”allievo” per non indietreggiare su una osservazione che riteneva cretina, tanto per riprendere un aggettivo caro all’Indro nazionale, da tre mesi direttore di un giornale tutto suo. “Ma Montanelli è l’unico giornalista che scrive bene in Italia” fu la controreplica che accompagnava la crociata contro il giornalismo. Risposta a quest’ultima osservazione non c’era stata. Non tanto per rispetto alla funzione, quanto perchè era meglio comportarsi come fa chi capisce che un esagitato si sta producendo in un esercizio autolesionistico: occorre lasciarlo fare per non farsi male a propria volta, tantopiù che la vita non imporrà a nessuno dei due di incontrarsi ancora. “Così – riprese il professore di italiano nella notte prima… dell’esito degli esami – abbiamo pensato di assegnare un voto che ci consentisse di poter dire, qualora l’allievo avesse pubblicato la notizia del tema che era entrato e del commissario che era stato trasferito, che egli si era comportato di conseguenza al voto che aveva avuto, quindi con malanimo nei confronti della commissione e inventandosi lo scandalo”.

Seguirono attimi di silenzio; quello più imbarazzato dei tre fu proprio l’amico dello studente, che con lui aveva condiviso gli ultimi due anni di giornalismo intenso, fatto anche di cronaca, ma soprattutto di occasioni per approfondire, tanto che arrivavano a scambiarsi pareri sugli autori che partecipavano al “Premio Scanno” di Riccardo Tanturri. A quegli attimi di sbigottimento non seguì neppure una domanda del tipo: “Ma almeno vi siete prima assicurati che l’”allievo” sapesse del vostro scandalo? E che avesse interesse a parlare delle vostre losche pratiche da mafiosi di borgata? E che la gente si sentisse oppressa dalla conferma che la scuola è un cesso?”

I nomi degli abitanti della Cina

La storia sembrava tutta inventata, ma i riscontri cominciarono a succedersi. In effetti, quel commissario di Italiano, quando aveva interrogato l’”allievo”, non si era limitato a chiedere il contenuto del sonetto “In morte del fratello Giovanni” di Ugo Foscolo. Quando l’esposizione era terminata ed era stata piana e particolareggiata perchè il Foscolo rappresentava il meglio per tutti i diciottenni turbolenti, l’esaminatore imboccò una tangente con la domanda: “E di cosa morì il fratello Giovanni?” “Si era ucciso” fu la risposta pronta, perchè anche quell’esito sofferto dell’esistenza del fratello affascinava nella vita dell’irrequieto autore dei “Sepolcri”. “E come si uccise?” fu l’ultima domanda che apparve un po’ stravagante, visto che quella era una prova di Italiano e non di Medicina Legale, tanto che fu lì per lì, nel “foro interno” dell’esaminato, paragonata alla battutaccia sulla commissione che deve per forza bocciare un candidato e alla domanda su come si chiamino gli abitanti della Cina, dopo la scontata risposta “Cinesi”, incalza chiedendo: “I nomi vogliamo!”. Ma quella stravaganza fu imputata al modo di fare, un po’ stralunato e sciroccato, del professore di Italiano, del resto accettato come un fatto acquisito da tutti i candidati.

“Ma cosa fatta, capo ha”, concluse ancora il bell’esemplare di esaminatore, con i rintocchi della mezzanotte che sottolineavano dall’Annunziata la solennità dell’asserzione.

Durò poco lo spirito di ribellione dell’”allievo”al vero scandalo di quell’esame, che non era stata l’introduzione del compito già scritto; che non erano state le dimissioni del giovane e bel professore di Greco. Si era allestita una preventiva misura di destrutturazione degli effetti della sozzura che animava le scuole e i concorsi in genere: del resto, prevenire è sempre meglio che curare e mettere in cattiva luce chi ha la voce per denunciare significa già delegittimare la denuncia.

La vita è altrove

 Ma l’essenziale per l’”allievo” era la vita, quella che lo aspettava nel sogno delle rotative e, ancor di più, negli sconfinati spazi della cultura universitaria, quella che forma veramente e dà la sensazione di come l’indagine e la ricerca siano modulabili secondo le risorse degli studenti e sappiano valorizzarle, almeno da parte dei professori che amano la loro missione. E dalle aule della “Sapienza”, a contatto con i Maestri che avevano scritto le più importanti pagine di Diritto, quegli esaminatori della sessione d’esami 1974, che pure “professori” si chiamavano, apparivano degli gnomi, litigiosi e imbroglioni, stanchi eppure irriducibili con i loro compromessi di coscienza. L’importante, da quel Liceo Ovidio, è stato uscirne, anche se poi torna nella memoria per le cose care che evoca, per l’amore trasmesso da un “professore” che leggeva “I Promessi Sposi” commuovendosi; o una insegnante di Storia e filosofia che amava i suoi ragazzi e quello che diceva loro, che sapeva guardarli dentro; o un preside che ancor più di recente era l’esempio concreto di un… evangelista che praticava la maieutica senza perdere un grammo della sua autorevolezza; insomma, per le persone nella loro individualità, come sempre nella vita.

Questo racconto, vero fino all’ultima virgola, è dedicato a tutti i partecipanti al “Certamen Ovidianum” che oggi non riceveranno premi e che hanno aderito alla gara non per sopraffare gli altri, ma per dare il meglio di se stessi esercitando le virtù immense dell’adrenalina, in modo da potersene servire per dominare lo stress e conoscere se stessi nelle prove della vita; ma senza mai affidare ad altri il giudizio su di loro.

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