CHIUDE “IL TEMPO D’ABRUZZO”

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UN PUNTO D’ARRIVO E QUALCHE CAUSA DA INDIVIDUARE

16 SETTEMBRE 2014 – L’edizione de “Il Tempo” per l’Abruzzo non sarà più in edicola dal 13 ottobre prossimo.

Lo ha annunciato il presidente del consiglio regionale Di Pangrazio, che si è detto pronto ad attivare tutti i possibili interventi per scongiurare la chiusura delle redazioni (i giornalisti verranno posti in cassa integrazione a zero ore). Della decisione della proprietà si aveva sentore già dai mesi scorsi.

Contro un editore che decide di chiudere perché non riesce più a vendere il minimo da garantire il recupero delle spese di… inchiostro non si può dire né tutto il male, né il minimo del male. Purtroppo è questo un punto di arrivo.

Si dovrebbe parlare di direttori che hanno pezzo a pezzo smontato la struttura stessa del giornale non opponendosi ai piani di “risanamento”; che hanno rubato l’anima dei giornalisti consentendo carriere a coloro che si prestavano meglio a quei “piani”.Ma la strada del disastro è stata coltivata intensamente dai direttori che hanno consegnato una testata orgogliosa e sfrontata ad un apparato di applausi per i politici potenti della Democrazia Cristiana, di modo che si verificava per “Il Tempo d’Abruzzo” il contrario di quello che la testata rappresentava a livello nazionale (chiarissima una inchiesta del comunista “Abruzzo oggi” su questi accomodamenti locali con il… nemico nazinale). Se non si cercano le vere responsabilità di questo declino non ci si può spiegare perché mai, da circa 14.000 copie vendute ogni giorno (non quelle stampate: quelle vendute), “Il Tempo d’Abruzzo” si sia ridotto alle centinaia. E’ ovvio: il “prodotto” (come lo chiameranno gli strateghi dei rilanci degli anni Novanta) era una poltiglia di spunti intellettuali, senza ossatura; frequentare quegli ambienti sembrava sentire lamenti d’agonia piuttosto che critiche a fronte alta, quelle che avevano attirato e forse anche affascinato la media e piccola borghesia abruzzese che comprava il giornale.

Si dovrebbe parlare di giornalisti, quelli degli anni Ottanta, che erano praticamente seduti davanti alle loro scrivanie e non avevano né spirito, né energia per affrontare la concorrenza de “Il Centro” nel luglio 1986, il vero fatto dirompente per questa testata che nel decennio precedente “stava sui fatti” quanto e forse più del concorrente per antonomasia, “Il Messaggero”. A girare le redazioni del “Tempo” di quegli anni si incontravano redattori che scrivevano prima per le televisioni private e poi per il “loro” giornale. E qualcuno di loro era pure capo-servizi. Per non parlare di quelli che sentivano la “concorrenza” prima di chiudere le pagine. E hanno (quasi) tutti intentato rivendicazioni retributive dell’ordine di ottocento milioni, un miliardo ciascuno.

Poi, certo, si può parlare anche degli editori: per esempio di quello che cercò di omogeneizzare Il Tempo con “Il Resto del Carlino” e “la Nazione” e creò pure un “direttore editoriale” che scriveva articolesse senza spirito e senza conclusioni. Ma quello era un problema di tutto “Il Tempo” che si ritrovò senza le sue firme (prima di tutte quella di Enrico Mattei). Almeno quell’editore investì molto in tecnologie e dette una struttura molto professionalizzata. O anche dell’editore di adesso, che ha fatto del giornale un altro organo della sedicente destra di Silvio Berlusconi. Diciamolo chiaramente: il lettore del “Tempo” degli anni Cinquanta o Sessanta, anche i giovani che lo portavano sottobraccio negli anni Settanta e che sostennero tirature stratosferiche (250.000 copie in Italia, uno dei primi dieci giornali in assoluto, qualche anno si piazzò al quarto posto dopo La Stampa), si potevano mai identificare nella difesa del bunga-bunga e di Vladimir Putin? Potevano mai sposare una battaglia contro la magistratura, se erano persone d’ordine e senza secondi fini? Almeno un dato confortante da questa chiusura dovrebbe venire: che i lettori non si conducono come un gregge.

Brindisi della redazione de Il Tempo negli anni Settanta. Da sinistra: l’ispettore Romano Preziosi, Ezio Barcone, Vincenzo Colaiacovo, Guido Vernacotola, Antonio Paolini, Rino Di Loreto con il figlio; seduto Giannino Di Ciccio
Il cronista Antonio Paolini con il figlio Guerino
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