DARIO FO E L’IMPEGNO SOCIALE NEI TEATRI

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IL CRIMINE STA NEL CHIUDERLI

10 FEBBRAIO 2010 – Il Premio Nobel Dario Fo non parla per perifrasi, quando si tratta di dire qualcosa sul teatro: le metafore le usa solo sulla scena e lascia libera interpretazione alla intelligenza dello spettatore.  Il messaggio che ha dato in una intervista a Rai 3 mercoledì scorso intorno allo spettacolo di Giulio Cavalli sulla mafia a Milano è molto chiaro: il pericolo maggiore per la vita civile viene dal progetto di lasciare i teatri vuoti o di indurre comunque la gente a non andarci. Dario Fo allo spettacolo “La mafia a Milano non esiste” dell’unico attore sotto scorta in Italia è andato e, sebbene non sia stato questa volta protagonista, ha dato una solidarietà non di maniera allo sforzo intellettuale di combattere la malavita organizzata e prima di tutto la mentalità che porta ad accettarla.

Sotto altro aspetto, non è assolutamente vero che il pubblico non gradisca i lavori “impegnati”, nel cinema come nel teatro. Prova ne sia il successo di Saviano, che ha avuto il bis anche in teatro. La dimostrazione di quanto sia infondata la voce di un preteso distacco del pubblico dai lavori ispirati al sociale si ricava anche dall’andamento delle rappresentazioni al “Caniglia” negli ultimi venti anni. Il problema, quello vero, sta tutto solo nella chiusura dei luoghi di teatro. Viene a mancare non solo il palcoscenico, ma lo stesso valore di aggregazione della platea, intesa come un luogo di circolazione e di elaborazione delle idee, una specie di agorà di persone disposte ad osservare e a riflettere da vicino, quasi a contatto con la fisicità degli attori.