MICHELE FUSCO ADESSO DEVE SPIEGARE PERCHE’ E’ ANDATO CONTRO LA SCOMUNICA DI SAN GIOVANNI PAOLO II AI MAFIOSI
7 SETTEMBRE 2024 – La consigliera comunale Teresa Nannarone ha definito un “paradosso” che un “mafioso, omicida e tanto altro, mai pentito, né dissociato”, presti attività presso una biblioteca cittadina “se è vero” (e “sottolineo il se”, come canterebbe Mina) che questo è il frutto dell’assenso e della disponibilità del Comune. Il sindaco ha risposto di aver saputo che “il detenuto in argomento presta attività, in qualità di bibliotecario volontario, presso la Biblioteca Diocesana, ubicata nel Polo Museale di Santa Chiara, a seguito di intese intervenute tra la Direzione della Casa di Reclusione di Sulmona e la Diocesi di Sulmona-Valva. Nessun atto riguardante il predetto detenuto è intercorso tra la direzione dell’istituto penitenziario e il Comune di Sulmona”.
Di rimando, Nannarone chiede che il sindaco si esprima sul dato di fatto che “un personaggio del calibro di Ciaccio possa essere “rieducato” e “reinserito” anche se non si è mai pentito dei crimini commessi”. Chiede se “deve essere rieducato proprio a Sulmona” “Perché – continua – se è così il Sindaco di Sulmona deve dirlo. E non giustificare la Curia che se vuole parla attraverso i suoi canali e spiega la sua posizione. Capiremmo così perché dopo oltre due anni NESSUNO degli OTTO PUNTI contro le mafie su cui si era impegnato al Consiglio del 7 giugno 2022 è stato portato avanti”. Ricorda che il sindaco deve dare una risposta politica perchè “è il Sindaco e non un burocrate”.
Nannarone conclude chiedendo ancora al sindaco: “1. Cosa pensa della presenza di Ciaccio in Città? 2. Intende dare segnali di DISSENSO? 3. Ha avuto con la Curia interlocuzioni o era all’oscuro di tutto? 4. Da quanto tempo, all’oscuro dei cittadini, Ciaccio è in Città a fare il “bibliotecario”? 5. Quali azioni a breve termine intende intraprendere per impedire che Sulmona non venga gravata da pesi che non è assolutamente in grado di sopportare per i tanti motivi che tutta la cittadinanza conosce e vive sulla propria pelle ogni giorno?”
Dunque il sindaco non si limita a dire che il mafioso sta a Sulmona nonostante il Comune non sia mai stato interpellato. Di Piero va oltre e veste i panni del vescovo (nella foto durante una processione davanti al polo museale di Santa Chiara), spiegando: “la Curia ha agito nell’esercizio di una sua prerogativa, fondata su specifici presupposti di legge, mirati al perseguimento della funzione rieducativa della pena e al reinserimento sociale dei detenuti”. Che ne sa, se non è il vescovo? Che ne sa se, accogliendo un mafioso nella società civile (perché, fino a prova contraria, quella biblioteca è aperta a tutti e per andare a quella biblioteca il “detenuto in argomento” come non lo nomina il tremebondo Gianfranco Di Piero, deve attraversare la città) mons. Michele Fusco ha disatteso la scomunica che San Giovanni Paolo II espresse dalla Valle dei Templi contro i mafiosi invitandoli a convertirsi altrimenti “verrà il giorno” nel quale la punizione divina li colpirà? Di Piero commette l’errore di chi è troppo preso dal coltivare la sua immagine e vuole farsi avvocato difensore del vescovo perché forse ha paura, oppure è solo costretto dal suo ruolo subalterno nei confronti della Curia, di limitarsi a dire che il Comune non c’entra e che, se qualcuno ha sbagliato, questi è stato il vescovo.
Inoltratosi in questo scivoloso ambito, lascia le cose a metà, come è nel suo costume quando si tratta di fare chiarezza su argomenti spinosi. E nella veste di difensore autoproclamatosi, non spiega fino in fondo perché, se i programmi di rieducazione e, in genere, quelli di esecuzione delle pene o di messa alla prova, sono più che intasati, a Sulmona e in una struttura della diocesi viene accolto uno scomunicato, che non dovrebbe avere la precedenza, visto l’inequivocabile anatema, anche per il quale un papa è stato fatto santo.
Si deve, quindi, ritenere che quella parte di risposta non sia stata concordata con il vescovo. Di fatto, oggi mette nella condizione il vescovo di dover rispondere al grave interrogativo che si pongono i fedeli e, per quello che interessa queste righe, tutti i cittadini; e di farlo senza essere munito del dogma della infallibilità. Perciò, era meglio che Gianfracchia Di Piero si stava zitto sul punto.
Quanto al merito della questione, se Fabrizio de Andrè era così drastico da cantare che “di respirare la stessa aria di un secondino non mi va”, ognuno di noi, nel frequentare la biblioteca diocesana, potrebbe fare una operazione di ortopedia di quella frase. O, quanto meno, il visitatore dovrebbe essere messo nella condizione di sapere con chi ha a che fare se chiede un libro in prestito. E il sindaco dovrebbe avvisare la cittadinanza che, per intercessione della curia, il braccio destro di Matteo Messina Denaro, a sua volta condannato per omicidio, per droga e per mafia, sta in città; Di Piero, quanto meno, dovrebbe manifestare il suo dissenso se (“e sottolineo il se”) il sindaco tiene alla sua città. Soprattutto, poi, sarebbe il caso che Gianfranco Di Piero, da sindaco, invece di inoltrarsi in difese d’ufficio fallimentari, dicesse una cosa ovvia: che se Riina ordinò, pur essendo recluso in carcere, di uccidere il giudice Di Matteo bisbigliando, ma in effetti ben sapendo di essere intercettato e per questo consapevole di dare un ordine a tutta la sua mafia, questo Leonardo Ciaccio, che non si è mai pentito, né dissociato, può tessere tutte le sue relazioni da Sulmona, come del resto dai paraggi del cimitero di Sulmona la camorra dava i suoi ordini di morte, secondo le intercettazioni della Direzione antimafia di Napoli. Oppure Di Piero, che di Sulmona è il sindaco, ha paura di dire questo e si nasconde sotto le vesti del vescovo senza nominare il “detenuto in argomento”?






