IMPRESSIONI DI VIAGGIO NEL TEATRO CHE OSPITA DOPO 72 ANNI IL CAPOLAVORO DI DONIZETTI
2 FEBBRAIO 2026 – L’ing. Giulio Toscani è vissuto per vari anni a Sulmona, ai tempi dell’adolescenza; la città dove si conobbero, adolescenti anche loro, il padre e la madre. Poi, ha iniziato a viaggiare, tutte le settimane, quasi tutti i giorni, con mete distanti, anche se si è “stabilito” a Barcellona. Ospitiamo la narrazione del suo re-incontro con il teatro di Sulmona, carico di buon sentimento per la città e per le persone che qui ha frequentato.
L’Elisir d’amore è tornato dopo 72 anni. Io dopo 36. Lui ha retto meglio.
Ho scoperto per puro caso, camminando per Sulmona, che proprio oggi, nel mio unico giorno in città, c’era L’Elisir d’amore di Donizzetti alle cinque del pomeriggio. Un caso così ben congegnato che avrebbe fatto sospettare una regia occulta, se non fosse che la vita, ogni tanto, è una sceneggiatrice pigra, ma sentimentale.
Sono entrato in quel teatro dove non mettevo piede da quando avevo sedici anni. Settantadue anni per l’opera, trentasei per me. Il teatro, a differenza mia, era intatto. Ancora bellissimo. Nessuna ruga evidente, nessuna crisi esistenziale, nessun dubbio su cosa fare “da grande”.
L’emozione vera, però, non è stata solo l’opera. È stato ritrovare le persone che avevano accompagnato la mia adolescenza a Sumona.
Nomi che non invecchiano, che stanno lì come arie famose: basta sentirle una volta e non le dimentichi più.
Io, nel frattempo, mi sono abituato a girare. Ho avuto la fortuna di vedere l’opera un po’ ovunque: dal Bolshoi di Mosca alle pietre calde dell’Arena di Verona, dall’Opera di Roma al Liceu di Barcellona, fino a Covent Garden, e anche in Giappone, dove passo due mesi l’anno ad insegnare. Insomma, ho visto produzioni impeccabili, perfette, quasi asettiche.
Era il mio quarto “Elisir” eppure, ieri a Sumona c’era qualcosa che altrove raramente si trova: la magia dell’entusiasmo. La compagnia veniva da Ferrara. Bravi. Bravi davvero. Con qualche inevitabile incertezza, certo. Nemorino, all’inizio, sembrava avere più dubbi che voce. Pareva rassegnato a sopravvivere fino a Una furtiva lagrima, come uno studente che punta tutto sull’orale finale. Ma poi, come spesso accade nella vita e nell’opera, si è ripreso. E il pubblico con lui.
Ed era questo il punto: il pubblico.
C’era chi si emozionava apertamente, chi sorrideva, chi probabilmente vedeva L’Elisir d’amore per la prima volta. E scopriva che sì, l’opera può essere divertente, leggera, orecchiabile, persino felice. Una rarità, di questi tempi.
Ero contento. Davvero.
Ma devo anche dirlo: ho comprato il biglietto venticinque minuti prima. Avevo paura non ci fossero posti. I posti c’erano. Fin troppi. Bene per me, meno per il teatro. Non era pieno. Ed è un peccato, perché la qualità e la bellezza c’erano tutte.
Usciti dal teatro, eravamo quasi solo noi. La città era deserta. Tornando verso Piazza XX Settembre, in una domenica sera silenziosa, mi è tornata in mente l’adolescenza: quando quella piazza era così piena che facevi fatica a passare. Quando andare a teatro era un gesto naturale, non eroico.
L’Elisir d’amore è tornato dopo 72 anni.
Io dopo 36.
Lui ha trovato un teatro intatto.
Io un po’ meno folla, ma lo stesso incanto. E, in fondo, non è poco.






