FREDDO POLARE? PER FORZA, E’ FINITA L’ETA’ DELL’ORO

327

LA DESCRIZIONE DI UNA ETERNA PRIMAVERA NELLE METAMORFOSI

6 gennaio 2017 – Il caldo esasperato e il freddo intenso sono segni dell’inquietudine degli dei verso gli uomini (nella foto la statua di Ovidio stamane); sono il risultato dello smarrimento dall’età dell’oro a quella dell’argento e, peggio, a quella di bronzo e, dopo, del ferro, ultima fase del degrado dallo stato di grazia. Insieme a questi disagi legati al clima, che non è più quello di una eterna primavera, si manifestano per gli abitanti del pianeta le lotte per la supremazia, le insidie della prevaricazione e della sopraffazione. Erano arrivati i tempi nei quali si doveva guardare con trepidazione alle decisioni dei giudici e finiti quelli nei quali gli uomini vivevano sicuri senza neppure dover essere tutelati. Insomma la Terra si trasforma e si trasformano gli uomini e le donne, i genitori verso i figli e questi verso i genitori. Sono come al solito particolareggiate le descrizioni di Ovidio  nel primo libro delle Metamorfosi e impietose quando esaminano la situazione nella quale egli stesso vive:

“Fiorì per prima l’età dell’oro; spontaneamente, senza bisogno di giustizieri, senza bisogno di leggi, si onorava la lealtà e la rettitudine. Non c’erano pene a incutere paura, né parole minacciose si leggevano su tavole di bronzo, né gente implorante clemenza temeva le labbra del giudice, ma tutti vivevano sicuri senza che alcuno li tutelasse. Non ancora, tagliato dai suoi monti, il pino era calato sulle limpide onde per  visitare terre straniere, e ogni mortale non conosceva altri lidi all’infuori dei propri. Non ancora fossati scoscesi cingevano le città, non c’era la tromba di bronzo, diritta, non c’erano corni di bronzo, ricurvi, né elmi, né spade c’erano: senza bisogno di soldati, i popoli vivevano tranquilli in molli ozi. E la terra, non obbligata, non toccata dal rastrello e non squarciata da vomeri, produceva ogni cosa da sé, e gli uomini si accontentavano dei cibi creatisi spontaneamente, raccogliendo i frutti del corbezzolo, e le fragole montane, e le corniole, e le more attaccate alle siepi spinose, e le ghiande che cadevano dal vasto albero sacro a Giove. Era primavera eterna: con tiepidi soffi i placidi Zéfiri accarezzavano i fiori nati senza seme, e prontamente il suolo produceva, non arato, le messi, e i campi senza dover restare a riposo erano gialli  di grosse spighe. Fiumi di latte scorrevano, fiumi di nettare; giù lungo il verde leccio stillava il miele biondo.

Quando Saturno fu spedito nel Tartaro tenebroso e il mondo si ritrovò sotto il regno di Giove, subentrò l’età dell’argento, più scadente dell’oro, ma di pregio maggiore del fulvo bronzo. Giove ridusse la durata originaria della primavera, e fece scorrere l’anno attraverso inverno, estate e incostante autunno e primavera breve: le quattro stagioni. Allora per la prima volta l’aria si fece incandescente, riarsa da secche vampate, o pendente in ghiaccioli sotto i morsi del vento. Allora per la prima volta gli uomini si ripararono in case: da case funsero grotte e arbusti e verghe legate insieme con fibre. Allora per la prima volta si seppellirono in lunghi solchi i semi di Cerere, e i giovenchi gemettero sotto il peso del giogo.

Seguì per terza l’età del bronzo: d’indole più crudele, e più pronta ad usare le orribili armi; scellerata, però, non ancora. L’ultima, fu quella del ferro duro.

D’improvviso, in quest’epoca di tempra peggiore, irruppe ogni empietà; fuggirono il pudore e la sincerità e la lealtà, e al loro posto subentrarono le frodi e gli inganni e le insidie e la violenza e il gusto sciagurato di possedere. Si spiegavano le vele ai venti, a quei venti che il marinaio ancora conosceva appena; i legni che a lungo erano rimasti sugli alti monti danzarono sui flutti sconosciuti. Sul suolo, prima comune a tutti come la luce del sole e l’aria, con cura l’agrimensore tracciò lunghi confini. E non soltanto si pretendeva che la terra, nella sua ricchezza, desse messi e alimenti, ma si discese nelle sue viscere, e ci si mise a scavare i tesori, stimolo al male, che essa aveva nascosto vicino alle ombre dello Stige. Così il ferro pernicioso e l’oro più pernicioso del ferro furono portati alla luce: ed ecco, compare la guerra, che combatte con l’uno e con l’altro e squassa con mano insanguinata armi crepitanti. Di rapina si vive: l’ospite non può fidarsi dell’ospite né il suocero del genero, e anche i fratelli di rado si risparmiano. Trama il marito la morte della moglie, lei quella del marito. Terribili matrigne mestano lividi veleni. Il figlio fa i conti sugli anni del padre, prima del tempo. Vinta giace la bontà, e la vergine Astrea lascia – ultima degli dei – la terra madida di sangue.”

Sotto: “L’età dell’oro”, Jacopo Zucchi, olio su tavola.