Garibaldi, i suoi figli, i suoi Italiani nelle parole di Annita

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20 OTTOBRE 2012 – Una avvincente carrellata nella storia di famiglia è stata quella proposta da Annita Garibaldi, nipote di Ricciotti, figlio del “Generale” per antonomasia.

Una storia che ha un suo capitolo decisivo molto vicino all’Abruzzo, a Riofreddo, in provincia di Roma, ma quasi al confine con la provincia dell’Aquila. Qui sorge il castello che oggi è museo di famiglia, ridotto a rudere quando Annita tentò (e le riuscì) di recuperarlo qualche decennio fa. Una storia di molte sfumature di umanità, anche del “Generale” che conquistò il popolo e che è rimasto nel cuore degli Italiani più di molti generali piemontesi che violentarono il Sud e lo depredarono. C’è un Giuseppe Garibaldi distante dai figli, eppure disposto ad essere generoso con misura e grande affetto, che traspare nei gesti più che nelle parole; ma anche in queste, quando le ha usate, il comandante delle camicie rosse ha impresso la sua profonda saggezza. Annita Garibaldi ripercorre queste tappe nel suo libro, che ha presentato nell’aula consiliare del Comune.

Peccato che, come sempre accade, debba esserci una nota stonata: quella che si è aggiunta al quadro immenso della storia del Risorgimento italiano tracciato con molto equilibrio da Annita Garibaldi. E’ stato il riferimento e il disprezzo che uno dei relatori ha voluto riservare a quelli che chiama “neo-borbonici” e che non gli avevano proprio fatto niente fino a quel momento, anche perchè assenti dall’aula e dalla Storia attuale. Ha detto, con la tipica impostazione di chi dispensa verità assolute, che, “se avessero letto qualche libro…”, tornando a parlare ancora di “Franceschiello” e “Re Bomba”, delle strade che mancavano, etc..

I borbonici di oggi e gli Italiani che amano la verità hanno letto libri a sufficienza per sapere che l’epopea di Garibaldi, grande e affascinante e proprio per questo repressa dai piemontesi, è stata una parentesi che ha dipinto la parte bella del Risorgimento. Il resto è stato fatto da settantamila soldati e bersaglieri negli anni successivi per conquistare militarmente il fiorente Regno delle Due Sicilie e per prendere le risorse economiche che il Piemonte non aveva, con metodi che a 150 anni finalmente leggiamo dopo che la storiografia ufficiale li aveva tenuti nascosti: le deportazioni a “Fenestrelle”, Guantanamo dell’Ottocento, le foto sui cadaveri dei briganti (anche delle brigantesse denudate apposta), le mani tagliate alle donne che graffiavano la faccia ai bersaglieri che le violentavano non sono cose insegnate da Francesco II, che quando lasciò il suo Regno non prese un grammo d’oro e disse ai suoi sudditi “Siate felici”, senza incitarli ad uccidere e a vendicarlo. Un altro libro, guarda caso, è quello di Paolo Macry, ripreso da Paolo Mieli sul “Corriere” che ci ha consentito di sapere, tre settimane fa, che a Napoli Garibaldi trovò il tricolore adottato da Francesco II al posto del vessillo borbonico per riunire l’Italia, magari non sotto il tacco dei piemontesi. Quindi, se c’è un “neo” non è quello dei borbonici, ma dei Piemontesi; magari è tardi per stare a puntualizzare, ma almeno nelle sale consiliari non si rifaccia la storia ad usum delphini.