HAI VISTO MAI UN PARASSITA DICHIARARE GUERRA?

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IL PRESIDENTE DELL’ANTIMAFIA ESAMINA IL CASO SULMONA

23 SETTEMBRE 2021 – Il nome “Sulmona” figura già in alcune sentenze della Corte di Cassazione nell’ambito delle città interessate dalla forza espansiva delle attività mafiose e, quindi, direttamente ad esse collegate. Sotto altro aspetto, chiedersi se una comunità sia impoverita e, quindi, bersaglio di quella forza espansiva, oppure se sia diventa povera perché già completamente posseduta dai mafiosi è interrogativo anacronistico che ha da tempo una risposta: “La mafia agisce come il parassita sull’organismo che lo ospita: assorbe energia e nutrimento fino a quando non viene allontanato” ha detto oggi nel cortile del palazzo comunale il sen. Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare antimafia. Come dire: quando ti viene il dubbio se la tua fragilità, la tua debolezza, dipendono da qualche parassita, ce l’hai già addosso e farà di tutto per rimanerci. Il guaio peggiore che possa capitare ad una società invasa dal parassita mafioso è giungerci a patti, perché questa finta soluzione non fa che perpetrare la condizione migliore per chi ambisce a vivere e prosperare a scapito “dell’organismo che lo ospita”. “La sconfitta consiste nel pervenire alla giustificazione di una trattativa” ha detto Morra nei minuti nei quali una corte d’assise d’appello ha confermato che la trattativa tra Stato e mafia c’è stata, negli anni dal 1992 al 1994 (tanto che i boss sono stati condannati), ma non è stata intrattenuta per fini diversi dalla “salute della repubblica” (di modo che poliziotti e politici sono stati assolti perché il fatto non costituisce reato).

Ma quella peligna non è terra che possa ambire anche soltanto ad intavolare una trattativa tra Stato e mafia. Rischia solo di subire una trattativa tra mafiosi (soprattutto quelli che escono dal carcere, ma ormai anche altri, vista la globalizzazione dei mezzi di comunicazione) e personaggi oscuri ai quali non dispiace consegnare una società ad un potere molto diretto, molto fruttuoso per chi lo detiene e sa spartirne i benefici senza ingozzarsi da solo.

Ancora una volta, la devianza viene dalla incapacità di condurre una vita dignitosa, cioè di sapere dire “no” dinanzi al crimine, che oggi veste i tratti non più soltanto degli omicidi, ma del traffico illecito di rifiuti, talvolta più redditizio di quello delle droghe, che costituisce il propellente più forte per gli arricchimenti immediati e per le connesse esigenze di riciclaggio. E in una società impoverita dal continuo prelievo dei parassiti è sempre più difficile dire “no” se c’è il ricatto occupazionale, elica di un motore non meno potente rispetto al secolare progetto mafioso di vivere senza lavorare e riscuotendo la rendita dovuta dai più deboli per condurre una vita comunque essa sia: sopravvivenza da orchi di una narrazione di Tolkien.

Il quadro, peraltro, non è catastrofico, seppure allarmante e sebbene Morra non abbia neanche un po’ usato mezzi termini. Ha indicato nel controllo dei patrimoni dei pubblici amministratori il presidio migliore (peraltro il meno seguito, in termini statistici) per spezzare il continuo fascino degli arricchimenti facili. Ancora una volta “segui il denaro” è il consiglio che sembra dare Giovanni Falcone mentre si va compiendo il trentesimo anno dalla sua scomparsa. E questa traccia ha tanto da disvelare a inquirenti di buona volontà che vogliano fare tesoro di quel nome di Sulmona scolpito in atti della Corte di Cassazione, non nelle pur suggestive e fantasiose descrizioni della “Terra di mezzo” di Tolkien.

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